Andretta nel "Viaggio in Irpinia" di Giovanni De Matteo

22.09.2012 18:21

Il Viaggio in Irpinia di De Matteo è un opera che senza alcuna difficoltà può essere accostata a modelli letterari antichi e che deve essere compresa alla luce di una tradizione e di una cultura squisitamente umanistica di cui è permeato l’autore.

Si avverte infatti chiaramente in De Matteo la presenza di una schietta paideia classica fatta di una tradizione letteraria e storica molto avvertita, pur non essendo l’autore né un letterato né uno storico, ma un uomo di legge che ha trascorso tutta la sua vita in magistratura.

Non è il caso qui di ripercorrere minuziosamente le tappe della prestigiosa carriera dell’autore, tuttavia alcune note biografiche sono necessarie ad inquadrare l’autore in rapporto al suo lavoro di cui oggi ci occupiamo: in esso infatti traspare pienamente la personalità di un uomo attento alla dimensione sociale della vita umana, alla valenza giuridico-sociale di processi che hanno segnato la storia della sua regione, l’Irpinia, che egli percorre nel suo itinerario non tanto con lo sguardo di chi vuol conoscere e capire, ma piuttosto di chi vuol narrare le vicende di una civiltà sentita intimamente come propria, con l’occhio rivolto in modo particolare della vita politica e amministrativa delle tante comunità che egli descrive. Perché è qui, nelle azioni dei singoli uomini e nell’agire delle comunità sul territorio che egli scorge il filo della storia, i segni della civiltà e del progresso delle comunità umane della sua terra della quale, come scrive nell’introduzione, egli ha sempre sentito, acutissima, la nostalgia.

L’autore

Giovanni De Matteo, nato ad Aquilonia (AV) nel 1912, è stato un magistrato di quelli che, come scrive Giulio Andreotti, nella prefazione al volume autobiografico del giudice irpino Vita a rischio di un magistrato (Edizioni Paoline, 1993), hanno considerato il servizio in magistratura una sorta di sacerdozio civile.

Laureatosi in giurisprudenza a Napoli, ed entrato in magistratura nel 1939, fu destinato alla regia procura di Milano e qui da giudice aggiunto visse a Milano gli anni difficili della guerra, dell’occupazione tedesca, della Repubblica di Salò, a cui rifiutò di prestare giuramento di fedeltà. Dinanzi allo scempio dei cadaveri di Mussolini e della Petacci a piazzale Loreto, nelle ore difficili del vuoto di potere, si diede da fare in quanto giudice della Procura per disporre la rimozione dei cadaveri e attivare le procedure giudiziarie previste.

Su indicazione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, venne nominato Pubblico Ministero presso la Corte d’Assise Straordinaria di Milano e poi nel 1947 alla Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano.

Nel 1955 De Matteo venne nominato magistrato di Corte di Appello e destinato alla Procura Generale di Roma.

Negli anni delle riforme giudiziarie (istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura, riforma dell’ordinamento e delle procedure giudiziarie) si sviluppò il dibattito tra i magistrati italiani con inevitabili riflessi di diversità di idee e di prospettive che portarono alla nascita nel 1961 dell’Unione Magistrati Italiani di cui Giovanni De Matteo fu segretario, in polemica con l’ANM, fino al suo scioglimento nel 1976.  Nella complessa  situazione politica italiana degli anni ’60 e ’70, con la guida di De Matteo l’Unione Magistrati Italiani contrastò soprattutto il diffondersi di faziosità politiche all’interno della magistratura, sostenendo in convegni ed incontri in tutta Italia l’irrinunciabile idea della apoliticità della magistratura ed opponendosi, tra le altre cose, all’idea della progressione automatica della carriera, temi che oggi sono di nuovo al centro del dibattito politico.

Nel 1968 fu eletto tra i componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura, opponendosi anche in questa sede con decisione ad ogni intromissione ideologica in seno alle attività giudiziarie e criticando, in modo molto deciso, la cosiddetta “interpretazione evolutiva del diritto” e il prevalere delle correnti in seno all’organo di autogoverno della magistratura.

Dal 1972 De Matteo, tornato al lavoro alla Procura di Roma, sarà ininterrottamente impegnato sul versante dei più eclatanti e sanguinosi episodi della stagione terroristica che ha caratterizzato la storia d’Italia negli anni ’70 e ’80. Nel 1975 egli stesso fu bersaglio di un attentato terroristico, allorquando la notte del 5 febbraio furono sistemate due bombe nell’auto sua e in quella del figlio.

L’esposizione di Giovanni De Matteo nella lotta contro i gruppi terroristici divenne ancora maggiore quando l’anno successivo, il 1976, divenne Procuratore della Repubblica di Roma, in un momento assai difficile della storia nazionale, coordinando il lavoro di un ufficio che aveva in organico cinquanta sostituti, in un momento in cui anche i rapporti tra i magistrati non erano facili, e spesso emergevano lacerazioni e contrapposizioni interne. Vengono da lui assegnate e coordinate le indagini contro i vari esponenti delle più famose sigle terroristiche degli anni di piombo.

E’ sempre De Matteo che si trova a coordinare nel 1976 le indagini per il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione degli uomini della sua scorta, indagini che purtroppo, nonostante alcuni arresti, non riusciranno ad evitare la tragica fine dell’uomo politico democristiano. 

Dopo l’assassinio del procuratore della Repubblica Mario Amato, nel giugno 1980, si sviluppò una dura protesta che coinvolse anche il procuratore De Matteo. Il clima esasperato e torbido che si era creato in conseguenza di questa vicenda indusse De Matteo a chiedere il trasferimento alla Corte di Cassazione. Nello stesso anno 1984 venne assegnato alla seconda sezione penale, dove chiuderà la sua carriera di magistrato come Presidente di Sezione.

A Roma, città in cui ha vissuto, lontano dall’attività giudiziaria, De Matteo si è poi dedicato allo studio e alla scrittura, pubblicando diversi volumi (tra gli altri Vita a rischio di un magistrato, Edizioni Paoline, 1993; Viaggio in Irpinia, La Ginestra, 1996; Risorgimento e brigantaggio, Guida, 2000;; Gli assedi di Gaeta, Alges, 2002; Diario degli anni di piombo, Altirpinia 2003, e numerosi altri scritti) in cui autobiografia, esperienze professionali, ricordi personali e storia politica si incrociano in una mai interrotta riflessione sui caratteri e sulla natura delle vicende umane e sociali degli italiani di ieri e di oggi.

Il Viaggio in Irpinia, edito nel 1996, è un corposo testo di oltre mille pagine in cui De Matteo percorre, di paese in paese, tutta la realtà storica, geografica, antropica della sua regione. Non è il suo primo scritto di questo tipo, poiché nel 1982 era uscito il testo Per la Marsica a Pescasseroli e nel 1989 Tempo di nostalgia, un testo in cui  pure note personali, memorie, note di fatti storici non mancano.

 

Un modello classico per il Viaggio in Irpinia

Il Viaggio di De Matteo non può essere considerato un lavoro storico né una vera e propria opera di geografia, e del resto non vuole essere né l’una cosa né l’altra, come lo stesso autore non manca di indicare nella premessa. Mancano, infatti, lo spessore documentario proprio della storiografia scientifica e l’indagine territoriale, antropica, sociometrica propria della geografia moderna.

Il Viaggio può essere considerato come un prodotto moderno di un antichissimo genere letterario, il genere corografico: descrizione di genti, usanze e costumi, fatti storici, monumenti di un territorio più o meno circoscritto; un modello che ha nella nostra storia culturale una tradizione antichissima; uno scritto odeporico che – come la classica Periegésis tès Ellàdos di Pausania - è una composta fusione di luoghi, monumenti visti e segnalati al lettore, racconti, curiosità, miti, costumi, notizie storiche, aneddoti, tradizioni orali, curiosità linguistiche, note agiografiche. Il piano storico-geografico e quello aneddotico-descrittivo sono come due cerchi concentrici, in rapporto ora più ora meno stretto, come accade, per usare un altro paragone classico, nelle Storie di Erodoto in cui discorso storico-etnografico e narrazione pura (i cosiddetti logoi) sono in costante ed equilibrato rapporto tra  loro.

Se Pausania è in qualche modo l’archetipo antico, il modello remoto dell’iter di De Matteo, la letteratura moderna ci offre una galleria nutrita di autori, storici, eruditi e geografici che si sono cimentati nella letteratura corografica, il più famoso dei quali è senz’altro, per l’epoca moderna e per il nostro Mezzogiorno, è quel Lorenzo Giustiniani la cui opera non è mai assente, almeno in citazione, nelle opere di storia locale.

Una corografia presuppone comunque una selezione del materiale che deve confluire nel racconto. Se la scelta delle realtà da raccontare è imposta dall’elemento geografico (tutti i paesi dell’Irpinia), la selezione dei temi e dei singoli facta è basata essenzialmente sul criterio della rilevanza e della notorietà.

De Matteo sceglie, infatti, ciò che è noto, ciò che già fa parte della conoscenza comune e della cultura popolare. Ma laddove esistono più versioni di un fatto o diverse ipotesi per spiegare un evento o una certa realtà egli non esita a dichiarare le sue preferenze, a schierarsi con una determinata linea di pensiero.

 

La cornice storica introduttiva

Nella parte introduttiva (Sintesi storica) che funge da cornice storica della trattazione corografica vera e propria, De Matteo tratta in sintesi tutta la storia dalle più remote epoche preistoriche ai fatti ottocenteschi più famosi che hanno segnato la storia dell’Irpinia e del Mezzogiorno.

Naturalmente lo scopo di De Matteo non è quello di scrivere una vera e propria storia dell’Irpinia, né di presentare un compendio. La sua storia ha un carattere essenzialmente evenemenziale, e comporta la narrazione di fatti e di accadimenti politici che scandiscono la storia dell’Irpinia vista come cammino da una situazione di isolamento e di chiusura dei tempi più antichi all’inserimento nel più vasto consesso dei popoli progrediti d’Italia e d’Europa. Una storia che è opera soprattutto dell’azione degli ingegni migliori, dalle vedute più aperte e dall’animo generoso e forte.

Poiché l’iter di De Matteo è, come si è detto, essenzialmente uno scritto corografico, e non un trattato di storia irpina, è utile al lettore la sua sintesi di storia politica dell’Irpinia; noi sappiamo che, oggi, a voler capire profondamente le vicende irpine, come quelle di qualsiasi altra regione, occorre percorrere i sentieri più complessi della storia della lunga durata, i tracciati della storia economica, sociale, religiosa, dei rapporti tra insediamenti e risorse territoriali, la storia della mentalità.

Il profilo storico di De Matteo ha tre perni fondamentali: la storia antica, le successioni feudali del medioevo, con particolare riguardo al periodo longobardo, e poi con più dovizia di particolari e maggior calore la trattazione del periodo che va dal 1799 all’unità italiana.

La storia antica è vista essenzialmente sul piano della lotta tra i sanniti e i romani, della sconfitta dei primi e della successiva loro assimilazione alla superiore civiltà latina. Su questo piano continua ad operare in De Matteo una vecchia prospettiva che ha caratterizzato a lungo in genere gli scritti e gli studi di antichistica prodotti da Irpini: l’orgoglio di appartenere ad una società forte e bellicosa che a lungo si è opposta al dominio di Roma, riuscendo spesso a mettere in difficoltà la potenza egemone della penisola. Se si leggono i lavori ottocenteschi e novecenteschi di storici locali, si vede bene come quasi nessuno sfugga a questa esaltazione municipalistica delle proprie origini sannitiche. Esiste talvolta nella storiografia locale quasi una esaltazione mitica dei Sanniti. Lo stesso De Matteo, in un altro suo scritto, dichiara il suo orgoglio di scoprire da ragazzino studente alla prime armi nel vocabolario di latino e nei libri di storia il nome della sua Aquilonia, la forte città degli irpini conquistata da Papirio Cursore.

L’origine di questa prospettiva, o anche solo di un atteggiamento sentimentale con cui ci si accosta alla fase più antica della storia irpina, può essere indicata nell’opera di Giuseppe Micali, lo storico livornese che al tempo di Bonaparte, intorno al 1810, scrisse L’Italia avanti il dominio dei romani, opera con cui si esaltavano le varie civiltà italiche, il loro spirito di indipendenza, la loro pur rozza civiltà e si condannava la conquista della penisola da parte di Roma e la sua politica allora ideologicamente assimilata al cesarismo napoleonico. La storia di Micali coonestò tante storie patriottarde locali, in cui si vantavano i fasti italici delle comunità locali prima del loro ingresso nell’orbita romana, e la sua risonanza si avverte ancora a fine Ottocento in certe prose di Carducci (ad esempio, Del Risorgimento italiano).

In qualche modo questo atteggiamento si riflette ancora in molti scritti di storia locale, e non di rado ha portato a travisare dati epigrafici, archeologici, documentari in genere per sostenere tesi che vorrebbero esaltare l’importanza di questo o di quel vicus nell’Italia preromana.

La storia antica da storia di un processo fondamentale che è la romanizzazione dell’Italia è diventata spesso storia mitizzata delle origini sannite dei borghi irpini, delle lotte indipendentistiche di queste genti contro una Roma aggressiva e oppressiva.

Non è comunque l’attenzione per storia antica, né per quella medievale, di cui pure ampiamente si narra nei tre volumi, a caratterizzare il viaggio di De Matteo. Il momento storico-politico della narrazione di De Matteo ha il suo culmine nell’esaltazione dell’Irpinia risorgimentale. L’Irpinia che con Morelli e Silvati da il via al Risorgimento italiano, e De Matteo non senza un certo orgoglio scrive che fu Avellino e l’Irpinia, e non Milano, la prima terra d’Italia ad avviare il processo unitario.

Questa parte della storia irpina viene considerata il momento decisivo del superamento della chiusura del mondo agreste e pastorale dell’Appennino e dell’aggancio dell’Irpinia al corso generale della storia.

La rivoluzione del 1799 e l’azione del cardinale Ruffo, i moti del 1820, la rivoluzione del 1848, l’unità italiana e il brigantaggio (a cui dedica un capitolo a sé che sarà sviluppato anni dopo nel libro Risorgimento e brigantaggio), le “nobili figure” dei patrioti De Sanctis, Imbriani, ecc., sono al centro della narrazione storica di De Matteo; sono essi i protagonisti della storia irpina, gli artefici dell’apertura della provincia al corso generale della storia nazionale.

Di contro c’è il popolo, una folla spesso riottosa e violenta, facilmente manovrabile dai potenti. Una semplice analisi di statistica linguistica potrebbe mettere in risalto l’alta ricorrenza assoluta e relativa di termini come “insurrezione”, “rivolta”, “plebaglia”, “plebe”, “comunismo” che connota l’azione popolare in Irpinia, come nel resto delle province meridionali, in quei frangenti drammatici dello sviluppo storico del Sud Italia. Il tono, i termini e il senso del discorso non sono molto diversi da quello che ottant’anni prima aveva usato Francesco Campolongo (magistrato anch’egli come De Matteo, da lui conosciuto a Napoli quando era ancora un giovane studente) nel descrivere la famosa rivolta di Carbonara del 1860.

Spesso il racconto storico procede con un focalizzazione che ha il suo punto di vista nell’ottica del magistrato, dell’uomo attento agli elementi formali che determinano l’agire, più che a considerazioni generali derivanti dall’analisi storica o politica.

Di fronte a fatti come l’ambiguità e il tradimento di Ferdinando II che necessitano di una valutazione essenzialmente storico-politica, De Matteo mantiene il discorso sul piano del rispetto delle leggi per cui in qualche modo il re Borbone viene giustificato sia perché doveva difendere il trono sia perché il Parlamento era formalmente decaduto e perciò giustamente il re aveva disposto il ritiro delle truppe comandate da Pepe inviate in Lombardia per volere di un parlamento che giuridicamente non aveva ormai più autorità.[1]

Per questa ragione anche i movimenti e i tumulti della plebe contro l’ordine costituito sono perlopiù sempre “eccessi” valutati col metro della violazione delle leggi, della sedizione e della rivolta. A parte alcuni riferimenti alle condizioni misere della plebe che passa a violenze ed eccessi appena le condizioni politiche generali gli permettono di agire, solo sporadicamente ci si sposta sul piano della dialettica storica e dell’analisi socio-politica.

Per quanto riguarda il brigantaggio, De Matteo afferma voler respingere la tesi che egli attribuisce alla “storiografia comune” secondo la quale il brigantaggio per eccellenza fu il brigantaggio meridionale, per affermare che il brigantaggio è sempre esistito e che si ripresenta ogni volta che si ha un passaggio da una forma di società ad un'altra.[2] In questo modo, però, si riduce quel particolare fatto storico italiano che fu l’anarchica, confusa e violenta ribellione sociale di masse cospicue di derelitti contadini del Sud verificatosi in un epoca precisa, tra il 1860 ed il 1870, giudicandolo una nuova manifestazione di un fenomeno endemico, che fu tipico non solo del Mezzogiorno e che ha riguardato frange disperate di masnadieri e di banditi efferati. In particolare la riproposizione dell’argomento centrale della Commissione d’Inchiesta sul brigantaggio di Fabio Carcami che indicava nei soldati borbonici sbandati e respinti dall’esercito sabaudo la causa principale del fenomeno del brigantaggio meridionale rimarca una certa angustia di prospettiva nella focalizzazione di quel fenomeno complesso, specifico e storicamente determinato che fu il brigantaggio post-unitario.

 

L’assenza del Novecento

Colpisce poi un altro fatto: che la storia irpina più recente, la storia del Novecento, non sia di fatto presente nell’opera, salvo alcuni riferimenti inseriti all’interno di qualche capitolo relativo ai singoli paesi irpini.  La cornice storica disegnata da De Matteo si conclude con il brigantaggio, e con un capitolo (un po’ slegato in verità dalla struttura generale) relativo ai terremoti che hanno scosso periodicamente l’Irpinia dalle epoche più antiche.

Nei volumi editi nel 1996 è assente quasi completamente il Novecento. Perché? Certamente questo “taglio” è frutto di una scelta dell’autore. Forse perché, come in genere si riconosce, gli eventi troppo recenti non sono idonei alla trattazione storica. O forse, perché, data la particolare enfasi nella trattazione dell’età risorgimentale, il Novecento irpino figura troppo poca cosa al suo confronto; il Novecento potrebbe essere un secolo troppo povero di figure da paragonare a quelle canonizzate dalla tradizione come “eroi e martiri” del Risorgimento. Il Novecento è un secolo di lotte per la terra, di emigrazione, di abbandono delle campagne, di terremoti e sconci urbanistici, insomma è una storia che nega le premesse (e le promesse) eroiche del Risorgimento.  

E infatti i pochi accenni al Novecento che qua e là si colgono nel discorso dell’autore suonano quasi sempre di condanna per l’inefficienza, gli sprechi, la caduta morale della società, la corruzione. Nella storia evenemenziale di De Matteo, il Novecento sembra un secolo quasi più buio (per usare la vecchia ed ingiusta definizione scolastica) dell’epoca medievale.

 

Lo schema generale dell’iter

Tutto deriva nella corografia di De Matteo dalla sua ampia cultura umanistica, dalle sue ampie letture, unite ad una notevole capacità di archiviazione, di sistemazione, ma anche di relazione diretta con persone, testimoni e protagonisti della vita dei paesi che De Matteo ha conosciuto e ha visitato.

Da una parte ci sono le grandi storie, il livello della storiografia ufficiale. De Matteo cita continuamente Croce, Omedeo, Nicola Cilento, ecc.; dall’altro ci sono le numerosissime e variegate storie locali, le microstorie di vario spessore e qualità, dai più accreditati testi di storia municipale alle guide informative locali (ove siano mancati libri di storia vera e propria), opere tutte puntualmente citate in una bibliografia essenziale e schematica alla fine di ogni capitolo.

Si genera così nell’opera di De Matteo un denso precipitato di informazione storica mista a varia erudizione, per cui l’opera è davvero una pantodapè istorìa, se vogliano rifarci ancora a schemi della letteratura classica antica. Ma non è in ogni caso un’opera “composta a tavolino”, come in senso spregiativo si diceva di simili opere dell’epoca ellenistica, perché l’iter di De Matteo è un viaggio reale, un viaggio effettivamente compiuto in quella che è la sua provincia; ed proprio questo fatto conferisce garanzia di autenticità al suo lavoro.

L’iter vero e proprio attraverso paesi e casali irpini si sviluppa nella seconda parte del volume (Di paese in paese) e si svolge attraverso l’Irpinia definita come comprensorio unitario e vario al tempo stesso.

La base della trattazione è l’attuale provincia di Avellino seguendo un tracciato cha va dai paesi che costituiscono “Le porte dell’Irpinia” (Avella e casali, Mugnano, Monteforte), il Vallo di Lauro per arrivare da qui alla città capoluogo, Le falde del Partendo, il feudo dei Carafa (Capriglia, Pietrastornina, Grottolella), la Valle Caudina (con San Martino e i paesi limitrofi).

Il volume secondo definisce i paesi di quella che di solito si chiama la bassa irpinia (Ultra Serras  Monitorii), la valle del Sabato (Serino, Solfora e i numerosi altri centri), la Barriera del Tuoro, i paesi del Calor Pulcher (con Montella, Bagnoli, Cassano fino a Montefusco e S. Paolina), il pianoro di Ariano (con Grottaminarda, Ariano, Zungoli, Montecalvo, ecc.).

Nel terzo ed ultimo tomo De Matteo tratta degli altri comprensori dell’Irpinia: la Baronia (con Trevico, Vallata, Flumeri), l’Ofanto (con Nusco, Torella, Lioni, Calitri e anche Pescopagano, benché in provincia di Potenza), l’Alto Sele (con Teora, Caposele, Calabritto), l’Alta Irpinia (in cui colloca Gesualdo, Frigento, Villamina, Andretta, Morra e Guardia), Oltre il Formicolo (con i centri di Bisaccia, Macedonia, Monteverde e Aquilonia, ma anche Rocchetta S. Antonio, che pure è amministrativamente in provincia di Foggia).

La trattazione dei singoli paesi segue uno schema generale fisso che di norma viene rispettato. Ogni descrizione corografica si apre l’indicazione dei dati relativi all’origine del paese, con obbligati riferimenti ai ritrovamenti archeologici più antichi, alle origini sannitiche e poi all’assimilazione nel mondo romano del centro abitato; non mancano riferimenti a varie mitologie fondative. Segue poi una sezione in cui vengono indicate le dominazioni dal medioevo all’epoca moderna, con l’indicazione delle varie dinastie feudali, di conti, marchesi, feudatari.

Un’altra sezione è sempre dedicata alla struttura urbanistica del centro, con l’indicazione almeno dei maggiori palazzi e monumenti, senza tuttavia tralasciare chiese, campanili, torri presenti nel centro abitato o nelle frazioni e nel territorio circostante, fino a targhe ed epigrafi, quelle che ci sono e quelle che, secondo l’autore, ci dovrebbero essere.

 

La descrizione del paesaggio

Come nel modello corografico classico anche in De Matteo si alterna alla narrazione storica l’ékfrasis, la descrizione naturalistica del paesaggio circostante.

Nel descrivere i luoghi che vede, le terre che l’autore ha realmente conosciuto, o di cui ha avuto notizia dalle fonti da lui utilizzate, De Matteo sottolinea sempre la varietà dei paesaggi e la sua fondamentale bellezza.

Talvolta paragona alcune vedute a quelle più maestose che si hanno dalle cime dei monti alpini. Ma non manca di sottolineare nell’analogia la certo più raccolta e dimessa bellezza dell’Irpinia.

E’ l’apertura della vista che colpisce in certi luoghi, o la frescura di alcuni angoli dove è presente qualche sorgente d’acqua, la dolcezza di certe colline coltivate a vigneto o l’ondeggiare della biade nei campi di territori meno alberati.

Si tratta di descrizioni di carattere letterario.  Spesso l’ékfrasis è accompagnata da citazioni di versi o di prosa poetica che esaltano, secondo i vecchi topoi della letteratura classica, la feracità del suolo, la salubrità dell’aria, la dolcezza e mitezza dei costumi, la piacevolezza del vivere nei campi. Si tratta evidentemente di un approccio piuttosto idilliaco, che tende un po’all’arcadia, a cui non è estranea evidentemente una componente di intima nostalgia per i periodi trascorsi nei luoghi che egli descrive. 

I riferimenti e le citazioni letterarie abbondano: si va dai poemetti di eruditi del Settecento (come Nicolò Ammirante che celebra Pannarano) ai grandi classici italiani Pascoli, Metastasio, Croce). Sono citati con dovizia anche i classici latini (Virgilio, Ovidio), gli scrittori dell’età umanistica e dei secoli successivi (Sannazzaro, ad esempio, per Montella e Bagnoli), autori moderni (Fortunato sulle sorgenti di Cassano) e non mancano descrizioni poeticamente ispirate dello stesso De Matteo.

Un altro elemento fisso dello schema narrativo di De Matteo è la puntuale elencazione delle glorie locali: uomini di legge, di medicina, statisti e naturalmente i patrioti del Risorgimento sono tutti puntualmente elencati nell’itinerario di De Matteo.

Cenni più o meno ampi a seconda della importanza dei vari personaggi sono dedicati alle glorie cittadine, da Leonardo Duardo di Manocalzati, ad Alessandro Di Meo, a Riccardo d’Aquino rimatore della scuola poetica siciliana che egli vuole Montellese, a Giovanni Palatucci, pure di Montella, questore di Fiume che salvò migliaia di ebrei nei drammatici anni della repubblica di Salò, e poi i vari Scandone, Cianciulli, ecc., a fatti più o meno storici come la presenza di Tasso, di Giambattista Marino, di Milton in Irpinia.

Ogni lapide che ricordi un personaggio storico è occasione per una riflessione o un richiamo a ricordare, magari anche nell’onomastica stradale, quei personaggi che erano schierati in determinati frangenti storici “dalla parte sbagliata”, come alcuni politici o ufficiali che fedelmente servirono la monarchia borbonica.

Un altro elemento che ricorre spesso nella narrazione è il ricorso alla testimonianza personale (“Vedo una lapide sulla sinistra…) o alla testimonianza di fatti appresi dalla viva voce del protagonista (“Io sentii da una vecchietta…). Entrambi risorse e stilemi tipici di un viaggiatore che è o vuole essere nelle intenzioni anche un testimone.

Digressioni

Un monumento, un blasone, un’iscrizione, un toponimo offrono sempre lo spunto per narrare costumi, aspetti più o meno singolari e curiosi, vicende che esulano dal contesto irpino in senso stretto, fino a riportare voci e idee di testimoni interrogati personalmente o richiamati alla memoria dagli anni dell’infanzia e della giovinezza passati ad Aquilonia, suo paese natale.

Le digressioni sono innumerevoli. Possiamo fare qualche esempio: parlando di Monteforte irpino  si cita Guido di Montfort, angioino che ne fu feudatario. E di costui De Matteo narra la storia nota perché il personaggio è citato anche da Dante che lo pone nel cerchio dei violenti avendo egli per vendetta ucciso Arrigo di Cornovaglia, figlio del re di Inghilterra.

A volte lo spunto per la narrazione è davvero esile, ma tradisce un’insopprimibile esigenza di raccontare, di dar voce alla cultura di cui è profondamente impregnato l’autore. Ecco allora che la trattazione del borgo di Lauro offre lo spunto per richiamare alla memoria il mito classico di Apollo e dell’amata Dafne mutata dal dio in alloro sacro; o, nella stessa occasione, l’esposizione dell’affermazione del culto di santa Filomena apre alla citazione del mito di Procne ed Iti; la stessa Lauro, patria di Umberto Nobile, offre lo spunto per una digressione sul volo del Norge e sulle imprese dell’aviatore italiano al Polo, con un intervento sul primato di Nobile rispetto ad un rivale americano nel raggiungere la meta polare. Una notevole digressione è quella relativa alla figura e all’opera di papa Paolo IV che De Matteo asserisce, con altri, essere nato a Capriglia nel 1476; un papa dal carattere aspro e combattivo che visse negli anni turbolenti della riforma protestante.

Ancora digressioni storiche a proposito della vicenda di Luigi Di Capua, fondatore di un’illustre famiglia di Altavilla, di cui si narra il matrimonio del figlio Andrea con Costanza moglie ripudiata di re Ladislao [3]  o circa la figura di San Bernardino da Siena che sostò ad Altavilla.[4]

Uno spazio ancora maggiore è dato alla figura di Rocco Cocchia di Cesinali, delegato apostolico della repubblica di Santo Domingo, prelato del quale si narra l’episodio del ritrovamento nel presbiterio della cattedrale di una cassa contenente, a suo dire, il corpo di Cristoforo Colombo.

La digressione più estesa è quella relativa alla nota figura di Carlo Gesualdo e alla sua vicenda umana.

L’accumulo di tutte queste digressioni determina la costruzione di una fitta rete di riferimenti che si configura alla fine come una sorta di storia parallela, una storia nella storia, per cui si legge la storia minor, la storia popolare, dei piccoli centri irpini legata da mille fili e per mille risvolti alla storia maior del Mezzogiorno e dell’Italia più in generale.

 

Leggende, aneddoti e notazioni folcloriche

Non mancano numerose leggende e un’aneddotica frequente e a volte gustosa. La galleria tipologica è molto vasta. Le battute dialettali del re Ferdinando durante i suoi spostamenti che lo hanno visto di passaggio per l’Irpinia e dei molti altri sovrani dei secoli precedenti, come, ad esempio, Renato d’Angiò, che a Summonte non riuscì a trovare un bicchiere in cui bere e dovette accontentarsi di bere a garganella dalla fiaschetta “per non guastare le usanze locali”[5]; la storia dei polli pretesi dal barone di Capriglia come un’antica “tangente” per la conferma degli amministratoi eletti dall’università locale[6], la leggenda della cosiddetta “morta di Montemarano”, una donna devota di San Francesco che si risvegliò da morte per confessare un peccato, affrescata da Giotto (o da pittori giotteschi) nella basilica di Assisi; le leggenda del drago sprofondato al piano del Dragone vicino a Volturara.[7]

La notazione folclorica riguarda tutti i paesi. A Baiano si racconta dell’albero di maggio (il cosiddetto “maio”) residuo di antichi rituali pagani di fecondità agreste comune a molte altre realtà italiane[8]; di Mugnano del Cardinale si dice diffusamente del culto di santa Filomena protomartire[9]; i pettini posti nell’acqua miracolosa di Sant’Angelo a Scala[10], la festosa e variopinta processione di Montevergine[11]; la processione della passione a Taurano. [12]

 

Il disappunto e la critica del presente

Le descrizioni di De Matteo non si esauriscono mai nella pura visione arcadica del paesaggio o nelle neutra ed asettica enumerazione dei monumenti o nella giocosa aneddotica fine a se stessa.

Oltre i toni caldi e a volte idilliaci presenti soprattutto nelle frequenti ékfrasis, si può facilmente percepire come l’autore, mentre loda il paesaggio, sente di essere in un mondo che conosce una divaricazione di valori: da una parte emerge il mondo delle memorie colte, dell’eredità culturale umanistica, dell’esperienza degli uomini e delle cose appartenenti ad un mondo che aveva un altro volto, altre condizioni sociali ed economiche; dall’altro lato, invece, l’autore nella sua veste di viaggiatore reale che torna spesso in luoghi già conosciuti un tempo, lascia trasparire tutta la sua perplessità, e più spesso disappunto, amarezza, critica aperta  per lo stravolgimento dell’eredità ambientale e culturale irpina che egli ha conosciuto in anni lontani: basta leggere le pagine dedicate ad Avellino per notare come egli condanni “le brutte fontane della piazza Libertà”, i pessimi rifacimenti del post-terremoto, le brutte case di cemento che sovvertono la facies tradizionale di un luogo che egli ricordava ameno, bello di una bellezza ordinata e composta. A Solofra “è stato buttato giù un bellissimo palazzo municipale per costruire al suo posto un enorme palazzo di cemento armato in stile brutalista; le strade che erano luogo di incontro, di discussione, di aggregazione sono state sfruttare come aree di costruzione; le case antiche sono state sostituite con palazzi moderni orribilmente verniciati con colori acrilici verde e giallo vomito; la torre medievale di Pratola “barbaramente inserita in fabbriche che l’hanno inglobata”[13], e una brutta moderna “piazza pensile” che ha cancellato l’antica vetreria del ‘500.[14]

Sono molti i passi in cui De Matteo esprime la sua amarezza per lo stravolgimento dell’ambiente, l’abbandono dei castelli e delle torri spesso sostituite da costruzioni più barbare di quelle che fecero i barbari antichi. Emerge così nella corografia anche una critica del presente; è presente quella che oggi definiremmo una “sensibilità ambientalista”, che poi altro non è che la intelligente comprensione del valore storico culturale del paesaggio unita spesso alla lucida, amara diagnosi dell’insufficienza dell’azione politico-amministrativo a riguardo con il conseguente degrado e impoverimento civile delle comunità.

Il disappunto, lo sdegno, la condanna non sono solo relativi agli sconci architettonici: con maggior amarezza e decisione l’autore passa a condannare, quando il suo racconto gliene offre l’occasione, la disonestà di alcuni amministratori che hanno permesso quegli sconci ambientali, ed altri ancora peggiori legati alla cattiva gestione della cosa pubblica, alla disonestà di imprenditori che con il finto scopo del progresso e dello sviluppo hanno dilapidato il denaro pubblico stanziato per la ricostruzione delle città e dei paesi colpiti dal sisma del 1980. Perché gli è chiaro che il sacco e il degrado del territorio è spesso frutto dell’insipienza quando non dell’avidità e della corruzione di amministratori, politici e pseudo industriali.

L’occhio del magistrato attento alle leggi, infine, non può trascurare osservazioni circa gli usi giuridici antichi, quali emergono dagli antichi Statuti conservati di qualche paese irpino, anche qui con un occhio rivolto al presente. Riportando alcune norme degli statuti cinqucenteschi di Altavilla, De Matteo vi trova “buona” la norma di scegliere, in assenza del giudice titolare, altri “uomini probi” che giudichino e compongano senza indugi e ritardi le liti in sede locale, una norma - dice De Matteo – “che non trova la corrispondente oggi nei casi attuali di assenza ingiustificate e di assenteismo”[15], come altrove segnala come interessanti le antiche norme che evitavano rinvii di processi, che sono una piaga rovinosa della giustizia moderna.

 

Andretta nel racconto di De Matteo

Il capitolo relativo ad Andretta presenta la struttura tipica di tutti i capitoli del Viaggio. Anche qui abbiamo in definitiva una narrazione della realtà storico-geografica del luogo che si ferma a cogliere a livello superficiale gli elementi essenziali della cittadina irpina, con una particolare insistenza sui dati folclorici più appariscenti, quali quelli relativi alle manifestazioni esteriori della religiosità popolare, e in primo luogo gli esorcismi praticati da Don Leone Iorio, pratiche a cui De Matteo sembra essere stato spettatore.

Note descrittive del luogo aprono il capitolo non senza fornire subito indicazioni folcloriche come la pratica dei turni, i giri rituali che si compiono intorno alla chiesa dell’Incoronatella. La notazione del costume popolare prescinde da un’analisi antropologica; l’intenzione di De Matteo è di costruire un ritratto popolare del paese non di condurre un’analisi scientifica sul piano etno-antropologico (i turni di Andretta sono relitti folclorici dell’antichissimo rito romano della circumambulatio per la purificazione degli altari e degli spazi sacri).

Segue la solita scansione tripartita della storia locale: l’epoca antica, le successioni feudali, il risorgimento.

Le annotazione sui tempi più antichi sono brevi per Andretta: le scarse testimonianze archeologiche fanno supporre ovviamente ad insediamenti sannitici e romani, almeno ad una azienda agricola, ancor prima che fosse sviluppato il centro abitato.

Un’ipotesi sull’origine del nome che l’autore riconduce, non saprei dire con quanta fondatezza, al periodo della guerra tra i Bizantini e i Goti (Andretta derivato dal greco andreitta, “luogo forte, virile”); la presenza dei Longobardi e i loro scontri con i Bizantini; la supposta colonizzazione di slavi e bulgari di una parte del territorio che, sulla base di indicazioni di Scandone, sarebbe qui attribuita ai Bizantini (ma che è invece possibile che risalga ad epoche molto posteriori, forse all’età angioina). La lunga serie di feudatari dall’epoca normanna alla fine della feudalità.

Poi la terza sezione con le indicazioni relative ai patrioti irpini dell’epoca risorgimentale: da Giuseppe Miele che partecipò ai moti del 1820, alla vicenda della setta Unità d’Italia, cui partecipò anche l’arciprete Antonio Miele, al fratello avvocato Camillo. Segue la citazione delle glorie locali: l’ematologo Giovanni Di Guglielmo, il magistrato Antonio Pennetta e naturalmente Francesco Tedesco.

De Matteo di Andretta narra essenzialmente ciò che ha visto quando si è recato personalmente in paese. Centrale è la descrizione la collegiata di S. Maria Assunta, soprattutto per ciò che riguarda gli esorcismi che Don Leone Iorio per anni ha operato in questa chiesa.

L’atteggiamento dell’autore è qui di curioso e prudente osservatore. Egli narra dal punto di vista del testimone oculare e descrive “l’atroce spettacolo”, come lo definisce con tocco espressivo, dei malati che si recano da Don Leone in cerca della guarigione (senza tralasciare la notazione su un sacerdote negro che gli bacia le mani, cercando da lui una guarigione non avuta dalla medicina).

Con prudente epoché l’autore dichiara che “dinanzi a certi fenomeni non bisogna assumere atteggiamenti di incredulità…né farsi trasportare dal fanatismo”. Ricordando l’antichità della pratica esorcista diffusa in tutte le civiltà del mondo, né approva apertamente né condanna l’operato di Don Leone, né santo né mago. Qui, come in molti altri punti dell’opera, De Matteo inserisce una delle sue digressioni circa il rapporto tra medicina e religione. L’ossessione viene ad essere una malattia che si combatte con la medicina, ma spesso la suggestione, pur sotto forma di esorcismo, guarisce e la fede può vincere le forze occulte. Inevitabile, alla fine, il riferimento alla figura famosa di monsignor Milingo, accostata, sia pure implicitamente, all’andrettese Don Leone Iorio.

La religiosità degli andrettesi non si esaurisce però nella vicenda degli esorcismi praticati nella Chiesa dell’Assunta, ma viene considerata anche nelle altre sue forme, tra le quali il pellegrinaggio al santuario della Stella Mattutina, di origine quattrocentesca.

Un'altra nota di folclore popolaresco è il riferimento al conflitto tra gli Andrettesi e gli abitanti di Vallata per il possesso della statua della Madonna  (anche qui ci si limita a fissare un dato della cultura popolare, riportando alcuni versi di un canto religioso popolare, senza approfondire l’indagine circa lo schema ripetuto mille volte in numerosi altri contesti del contrasto tra due comunità per il possesso di un elemento sacrale in grado di tutelare il benessere degli abitanti di un certo luogo).

La descrizione si chiude, come spesso nel suo lavoro, in tono letterario con una pennellata paesaggistica che fissa Andretta al rosseggiare del tramonto, “in una languida figurazione”.

 

Conclusione

Quale sensazione, in conclusione, ricava chi legge per intero il suo Viaggio in Irpinia? Qual è, definitiva, lo spirito del Viaggio di De Matteo? Mi pare di poter dire che esso risiede tutto in un “ragionare emozionale” con gli antichi, secondo un modello profondamente radicato nella nostra più tradizionale cultura umanistica. 

Non v’è dubbio che l’opera di De Matteo, né compiutamente storica né essenzialmente geografica, trae forza e vitalità della passione dell’autore per la sua terra. In essa possiamo trovare quello stesso trasporto che il giovane Jacopo Ortis di foscoliana memoria vedeva brillare nel cuore di un vecchio da lui incontrato: “Con che passione un vecchio…narrava…la vita dei parrochi…viventi nella sua fanciullezza”, per cui concludeva che “L’amore per la storia dei tempi andati è figlio del nostro amor proprio (…) che vuole allungare la vita e unirci a cose e a uomini che non sono più”.  

Così il viaggio di De Matteo è un viaggio in un mondo descritto sì, ma anche rievocato e celebrato dalla sua memoria. L’assenza del Novecento, del secolo a lui contemporaneo, conferma che la sua opera è appunto essenzialmente un “ragionare emozionale” con la storia e con la geografia nella cornice di un viaggio che è innanzitutto un viaggio di memorie e di cultura in una terra rievocata e rivissuta con passione sullo sfondo di un presente che spesso non piace.

Chi legge tutta intera l’opera di De Matteo avverte oltre la volontà di descrivere e di fornire indicazioni storiche e geografiche generali un certo pathos di nostalgia, di memoria individuale che spesso indulge all’elemento poetico, all’esaltazione misurata del paesaggio e della storia, alla valorizzazione di ogni pietra, di ogni statua, di ogni rito.

Pur nascosta, in qualche misura trapela dall’insieme delle pagine dell’opera una segreta,e forse anche inconfessata, aspirazione del tutto privata e personale ad un mondo irpino venato di nobiltà storica, di arcadia paesaggistica, di gentilezza di costumi che non saprei dire quanto effettivamente sia vero.

De Matteo nel suo iter irpinum incarna proprio quell’idea foscoliana, antica e nobile, che “l’amore per la storia dei tempi andata è figlia del nostro amor proprio”, un amor proprio che “vuole allungare la vita e unirci a uomini e cose che non sono più”.

Per questi aspetti la corografia irpina di De Matteo è un itinerario che pur seguendo i tracciati fondamentali della storia li trasforma continuamente in percorsi dell’emozione, della commozione, della partecipazione affettiva, della memoria: in una parola nelle vie del sentimento e del cuore.

Dario Ianneci

 


[1] Cfr. G. De Matteo, Viaggio in Irpinia. Percorsi e memorie, Edizioni La Ginestra, Avellino, 1997, vol. I, p. 121.

[2] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 137.

[3] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. II, p. 538.

[4] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. II, p. 544.

[5] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 332.

[6] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 341.

[7] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 565.

[8] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 181.

[9] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 194.

[10] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 233.

[11] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 310.

[12] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. I, p. 351.

[13] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. II, p. 524.

[14] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. II, p. 525.

[15] Cfr. G. De Matteo, op. cit., vol. II, p. 547.