L’origine di Carbonara (oggi Aquilonia) ovvero le “pietre che bruggiano”

22.09.2012 18:08

I Carbonaresi, a cui per primo il geografo polacco Filippo Cluverio aveva consegnato la palma dell’eredità tanto contesa della Aquilonia sannitica, da sempre avevano come stemma un braciere da cui si levano alte lingue di fuoco. Ma non ne sapevano bene indicare l’origine e il significato, e neanche forse lo hanno ben compreso tuttora.

Dopo il terremoto del 1930 l'unico segno dell'antica storia del paese che gli aquiloniesi ebbero cura di trasportare nel nuovo insediamento mussoliniano, che nasceva giorno dopo giorno sull'altura, come un accampamento militare, fu l’architrave di pietra della vecchia chiesa dedicata alla Madonna Immacolata, che recava appunto  l’antico stemma civico del braciere con la data scolpita del 1589. Un  altro stemma è scolpito alla base di una croce votiva del Settecento, quali se ne trovano all’ingresso di quasi tutti i paesi del Sud e un terzo sul frontone della vecchia fontana pubblica, a qualche centinaio di metri dal vecchio abitato.

Il braciere di Carbonara è stato sempre letto superficialmente come icona del nome del paese antico: i carboni per indicare Carbonara, perché - come si è sempre ripetuto - gli abitanti nei tempi antichi producevano craboni con la legna dei boschi. Ma perché allora quelle lingue fiammanti? Il carbone brucia e si consuma emanando il suo calore, ma non produce fiamme che elevino così alte. Del resto, per quanto abbia cercato, non ho trovato alcuna indicazione che lascia supporre che Carbonara si chiamasse così a motivo dell’attività lavorativa dei suoi abitanti: la produzione del carbone. Nessun indizio almeno fino all’alto medioevo suggerisce che esistesse una particolare industria di questo tipo tale da giustificare un legame con il nome del paese. In paese si producevano carboni né più ne meno che in molti altri paesi: si tagliavano gli alberi e si apprestavano le carbonaie all’aperto nei boschi che circondavano l’abitato. Ma era una produzione limitata al consumo locale. Il carbone aveva poi un uso limitato perché, per riscaldamento, si usava la legna di quercia e di roverella di cui i boschi locali abbondavano.

Inoltre è quasi impossibile che uno stemma cittadino nato nel Medioevo possa accogliere un riferimento ad una attività lavorativa, in un epoca in cui il lavoro costituiva un’attività, se non degradante, certamente non abbastanza dignitosa da poter costituire l’oggetto di un blasone civico. Bisogna fare altre ipotesi ed accogliere altri indizi per spiegare l'origine del nome e dello stemma dell'antica Carbonara di cui tanto oggi sembrano vantarsi i giovani aquiloniesi da esibirlo orgogliosamente sulle loro t-shirt durante le sagre dell'estate. Cominciano così dagli antichi.

Nella sua vasta opera scientifica Plinio ci racconta i portenti degli elementi naturali e tra questi, in primo luogo, la potenza del fuoco. Con toni che ricordano la commozione lucreziana di fronte agli spettacoli della natura, Plinio ci narra del ribollire delle viscere della terra, del bruciare dei vulcani, dei fiumi infuocati sotterranei. Accanto ad essi fenomeni meno appariscenti testimoniano quanto il mondo sia posseduto dalla forza ignea della natura:

“Quid quod innumerabiles parvi, sed naturales, scatent?”

E questi fenomeni avvenivano non solo nelle regioni orientali dell’Impero, dove era quasi naturale aspettarsi di trovare prodigi e meraviglie naturali d’ogni tipo che incantavano i sensi e confondevano la ragione di chi ne ammirava lo spettacolo, ma anche nella più vicina e ben familiare penisola italica. Sorprendeva quello che narravano gli antichi scrittori: che, ad esempio, nella regione intorno ad Aricia v’erano terreni che se vi cadeva sopra un carbone subito s’infiammavano prendendo fuoco. Nel Salento, nella città di Gnatia, ponendo del legno su una certa pietra sacra subito si sprigionava la fiamma.  Così pure in agro Sabino e Sicidino , scrive Plinio, esisteva un unctum lapidem che bruciava facilmente. La notizia riportata da Plinio ci dice solo che erano già noto agli antichi romani l’unctus lapis, una pietra unta, impregnata di una sostanza combustibile: una roccia bituminosa, un minerale impregnato di bitume che può essere distillato. Una pietra, insomma, che a contatto col fuoco brucia.

Questa notizia pliniana di per sé non direbbe molto, se non mi fossi imbattuto per caso nel classico manoscritto antico. Il manoscritto è di Don Carlo Cerulli, protonotario apostolico e tesoriere della collegiata chiesa di Carbonara, che volle lasciare una memoria articolata della storia della sua famiglia ai figli, e nel 1753 scrisse poche pagine in cui oltre a vantare le origini illustri del suo casato riportò qualche notizia sul paese in cui abitava.

La sua famiglia, sosteneva don Carlo, era venuta in Irpinia profuga da Costantinopoli al tempo delle lotte civili tra gli Azzurri e i Verdi. Il suo nome derivava appunto dal nome greco di quel colore: kerylos, che vuol dire azzurro. Per sfuggire le persecuzione della controparte molti dei keryloi avevano dovuto abbandonare la loro patria e cercare salvezza nelle terre bizantine di Occidente, di cui l’alta valle dell’Ofanto con i paesi di Bisaccia, Monteverde, Carbonara rappresentavano un po’ il confine.

Don Carlo era un uomo “borghese”, agiato, colto. Conosceva l’Italia Antiqua di Cluverio e credeva all’idea del geografo polacco secondo il quale proprio Carbonara era l'antica grande Aquilonia, ma non riusciva a capire come mai il suo stemma fosse costituito da quel braciere ardente. Ricorse perciò ad una spiegazione di fantasia: il braciere voleva indicare le ceneri da cui l’antica città sannita era risorta, come l’Araba fenice, e riviveva allora nella sua Carbonara. La fantasia della nobile origine del misero paesello aveva penetrato profondamente la vanità dei dotti locali. In un altro passo del manoscritto Don Carlo Cerulli, però, ci lascia inavvertitamente un’altra notazione molto più interessante. Parlando dell’attività economica del paese, riporta quella che per lui era una semplice curiosità:

“In una delle defenze chiamata Sassano vi sia una miniera di pietre quali poste sul fuoco si bruggiano, et ardono come legna”.

Pietre che “si bruggiano” sul fuoco come legna, dunque, ma che non sono né legna né carbone. Sono perciò "pietre da miniera".

Mi imbattei poi, sempre per caso, in un altro manoscritto, non ingoto questo ma molto conosciuto dagli studiosi delle cose irpine, conservato presso la Biblioteca di Avellino. Una singolare storia di tutti i comuni irpini compilato da G.Pennetti in un periodo storico incerto, ma forse alla fine dell’Ottocento, ricopiato in parte ed ampliato da C.A.Rossi nel 1946.

Proprio Rossi a proposito di Aquilonia segnala la presenza nel suo territorio di “giacimenti schisto-bituminosi” che i contadini usavano “qual combustibile”, i quali appunto erano presenti nel bosco di Sassano, come già indicava il manoscritto Cerulli. Da questi elementi minerali si sprigionavano, sottolinea il manoscritto, goccioline dal caratteristico odore di petrolio. Rossi è in grado di specificarne anche il luogo preciso: la zone detta nella lingua locale “Veceta”, vicino al Vallone dell’Acqua Franca. Il manoscritto parla addirittura di una “zona da sfruttare” ad un chilometro dalla Stazione ferroviaria, presso l’Ofanto, e aggiunge che “nei pressi si trova la pietra focaia ricordata da Plinio”.

Ecco quindi l'ipotesi: le genti che vivevano a mezza costa tra l’Ofanto e l’altopiano, tra le terre della vallata dell’Osento e dell’Ofanto, avevano osservato fin dai tempi più antichi il prodigioso fenomeno del’unctus lapis di Plinio, delle “pietre che bruggiano” ricordate dal manoscritto Cerulli, e che noi abbiamo riconosciuto come calcare bituminoso, i "giacimenti schisto-bituminosi" aquiloniesi di cui parla Rossi, e che del resto sembrano essere molto noti anche ai più anziani del paese.

Anche la zona del bosco di Sassano, in cui queste pietre si rinvenivano, ha un nome significativo: Vegeta. Un toponimo che potrebbe anche significate “terra vegeta”, viva, animata, come appunto erano “vive” ed “animate” dalla forza ignea delle pietre che si rinvenivano sparse nel terreno del bosco. Il bosco stesso di Sassano del resto ha un nome che rimanda a saxa, terreno cosparso di pietre.

Non esisteva in effetti altro modo per designare le pietre miracolose se non quello di carbone. Quelle pietre che bruciavano erano, infatti, come il carbone. “Bitume” e “asfalto” sono parole entrate nella lingua molto più tardi e in modo molto limitato. Dunque quella terra fu la terra Carbonaria, la terra delle pietre-carbone, e Carbonara  fu il paese che si trovava ai margini di quel bosco.

Nei tempi antichi l’insolito ed il prodigioso potevano costituire motivo di identità e di nobilitazione. Il simbolo rappresenta l’elemento distintivo, unico, a volte un mito a volte un prodigio naturalistico come questo che avveniva nei boschi di Carbonara. E questo prodigio delle “pietre che bruggiano” si volle porre come emblema della loro terra: un braciere con le prodigiose pietre che levano alte lingue di fuoco. Forse un'altra Carbonara medievale, la vera terra Carbonariae, una manciata di case intorno a Sassano, più a valle dell'attuale paese vecchio, che  a poco a poco decadde e scomparve. Quando il nucleo principale si ingrandì sulla collinetta che guarda l'Osento, in posizione più sicura, nessuno ebbe più sotto gli occhi il fenomeno delle pietre di Sassano che bruciavano, usate ormai solo dai pastori e dai contadini che vivano in quella contrada, per farne fuoco, per cagliare il latte, e si perse così memoria dell’originaria causa di quel nome e di quel simbolo, mentre la favola di "Aquilonia risorta" accendeva la fantasia di preti, medici ed avvocati nelle lunghe fredde sere della nostra piccola terra irpina.