L’Ofanto un fiume, un paesaggio

22.09.2012 18:15

L’Ofanto, che nasce dai monti i Torella e di Nusco, si snoda tortuoso, scarso d'acqua, attraversa la valle delle alte terre d’Irpinia, tra speroni di rocce marnose, terre arenacee e argillose, sabbie e conglomerati.

Una regione dagli abitati sparsi, suggestiva per la grandiosità di certe vedute e per i grandi spazi solitari punteggiati da case coloniche. Il fiume segna per gran parte il confine naturale della Campania con la Basilicata e la Puglia, e si getta nel mare Adriatico non lontano dalle saline di Margherita di Savoia.

Sulle cime delle alture lungo la sua vallata si trovano Lacedonia, Calitri, Bisaccia, Aquilonia, Monteverde, Andretta, centri dalla storia secolare, oggi - a quanto è dato scorgere dalle nude cifre dell'"Annuario Statistico Campano" - in progressivo, lento, ma inesorabile spopolamento. Intorno i campi di grano si stendono a perdita d’occhio. A Maggio è uno spettacolo indicibile del mare verde punteggiato da macchie colorate di fiori. A Giugno e Luglio il giallo intenso della messe è interrotto solo a tratti dal cupo di boschi - di quello che resta di loro - di querce e di cerri che ricoprono la sommità tondeggiante di qualche cresta più elevata, e che in ripide forre scoscendono verso l’Ofanto o lungo i valloni di altri torrenti - sempre più poveri d'acqua anche d'inverno - che si gettano nell’antico fiume.

Anche l’Ofanto ha oggi poca acqua. La scarsità delle piogge, soprattutto nella zona pugliese, influisce in modo marcato sul regime delle sue acque. Eppure proprio in questa zona, nel sub appennino dauno, l’Ofanto riceveva i suoi affluenti maggiori, come l’Osento che scende nella valle profonda tra Aquilonia e Monteverde (e già qualcuno parla della costruzione di una "osentina" che attraversi questo vuoto dei paesi-polvere da costruire prima che il vento li spazzi via, appunto come polvere) o la fiumara di Atella, nei pressi di Rionero in Basilicata. Le acque dell’Osento sono oggi imbrigliate da una diga costruita negli anni Cinquanta, per placare la sete dei pugliesi, sul suo corso tra Aquilonia e Monteverde. Diga di S.Pietro o, come qualche volta si legge, di "Aquilaverde", curiosa crasi dei nomi di Aquilonia e Monteverde, i due paesi che si specchiano si può dire dall'alto delle colline nei riflessi verdastri del lago artificiale.

Oggi l'Ofanto è assai povero d'acque, in alcuni tratti del suo corso in certi è quasi asciutto. L'attuale secchezza del fiume contrasta con l'immagine di fiume impetuoso che di esso costruirono i poeti antichi. Tra questi innanzitutto Orazio, nato nella non troppo lontana Venosa. Il poeta aveva familiarità con questo corso d’acqua della sua terra e dellla sua infanzia. Lo rivide ormai famoso e riverito nel suo famoso viaggio da Roma a Brindisi lungo la via Appia, così ricco di fascino e di avventura. La via Appia, infatti, l’antica regina viarum, che collegava Roma con la pianura pugliese attraverso Capua, Benevento e Venosa, forse passava da queste zone. La forza, un tempo impetuosa, del fiume aveva sempre colpito la fantasia del poeta che spesso lo ricorda nei versi, ricordo per molti di antiche fatiche di liceale: “L’Ofanto...rumoreggia vorticoso/ ora povero d’acque” (Carmi III, 30, 10) oppure “L’Ofanto...lungi rumoreggiante” (Carmi, IV, 9, 2). ”Siccome irrompe il tauriforme Ofanto...quando infuria e minaccia alle terre coltivate spaventosa inondazione” (Carmi IV, 14, 25), e in qualche altro passo ancora. Certo il regime delle acqua varia nel tempo, e in passato evidentemente il fiume aveva fama di essere ben più temibile di oggi; ma nonostante ciò, stentiamo a immaginarlo mentre "rumoreggia vorticoso": Ma i contadini, anche in età recente, sapevano che guadare l'Ofanto d'inverno era un'impresa rischiosa: e non pochi che sfidarono il fiume "tauriforme" furono raccolti cadaveri "al cancello di Barletta", come si usava dire, per indicare un passo obbligato dove si rinveniva tutto ciò, uomini e cose, che il fiume nella sue piene invernali trascinava dai giù dai monti d'Irpinia. Lungo l'Ofanto transitarono commercianti, uomini, soldati poiché la valle ofantina costituì per lungo tempo la naturale via di comunicazione tra l’Adriatico ed il Tirreno. I resti di ponti romani e medievali ne sono visibile testimonianza ancora oggi. Nei pressi della stazione di Monteverde si può ancora ammirare un antico ponte di pietra, detto “di pietra dell’olio”, forse dal nome di un grande frantoio di pietra, trovato lì vicino, che serviva per la molitura delle olive e la raccolta dell’olio che si produceva in quella zona, più bassa e temperata e perciò adatta alla coltura dell’olivo di cui la vicina Monteverde era famosa, secondo una testimonianza di Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XV, 20). E ancora più oltre, verso la pianura pugliese, si sono le tracce dell'altrettanto antico ponte di Santa Venere.

Lungo la vallata di questo fiume, confine naturale tra la Longobardia minor e i possedimenti di Bisanzio, si spostavano nel Medioevo le truppe di principi e duchi, passavano i mercanti e i monaci che dalla Campania tirrenica andavano ad imbracarsi per l’Oriente, per Durazzo o Atene o Bisanzio. Dalla valle del Sele si risaliva fino alla sella di Conza e di lì si proseguiva lungo questa strada fino ai porti di Bari o di Brindisi.

Tra i tanti personaggi famosi anche Roberto il Guiscardo, principe normanno si Salerno, fece questo viaggio per imbarcarsi verso Costantinopoli, e non lontano dall’Ofanto fu sepolto con la moglie, nella bella ed antica chiesa della Trinità di Venosa. Nel Cinquecento l'Ofanto fu teatro degli scontri fra i francesi di Lautrec e gli Spagnoli che si contendevano il possesso dell'Italia meridionale.

In età moderna lungo questo tratto del fiume Ofanto si svilupparono le drammatiche vicende del brigantaggio. Per tutto l’Ottocento, soprattutto dopo l’Unità italiana, i banditi irpini e lucani avevano nei boschi lungo questo fiume i loro impenetrabili nascondigli. Anche qui gli inafferrabili masnadieri, dai nomi famosi e temuti, Crocco, Ninco-Nanco, Taccone, protagonisti di quella tragica rivolta sociale che fu il brigantaggio meridionale, combatterono la loro disperata e cruenta guerra contro i bersaglieri piemontesi e i ricchi possidenti locali. Le loro gesta rivivono in tante cronache, romanzi e racconti come in “Ombre sull’Ofanto” di Raffaele Nigro.

Oggi il fiume è del tutto svilito nella sua forza e nel suo fascino. Assai poco gli è rimasto dell'appellativo "tauriforme" attribuitogli dal poeta latino. I piloni dei cavalcavia della moderna "Ofantina" lo scavalcano in più punti; lungo la carreggiata i cartelli stradali, gialli per l'ambizione turistica di qualche città come Venosa e Melfi, marroni per la boscosa Monticchio, bianchi e rugginosi per indicare gli scali ferroviari abbandonati di altri paesi dispersi sui colli circostanti, distraggono gli automobilisti da quello strano paesaggio fluviale. Il fiume se ne resta nascosto, inosservato agli occhi dei più. L'ambiente, sotto l'azione modellatrice dell'uomo, si è fatto territorio (e non sempre ci ha guadagnato). Il paesaggio originario del fiume "tauriforme", che pure fu in grado di colpire la fantasia di qualche pittore, non mediocre invero, della scuola napoletana di fine Ottocento, può rivivere solo con grande sforzo dell'immaginazione nella fantasia di un erudito.