Lo Spielberg dell'Irpinia. Il carcere borbonico di Montefusco

22.09.2012 18:03

Tutti conoscono, o almeno tutti dovevano conoscevano per educazione della "vecchia" scuola nazionale e patriottica, le vicende dei primi patrioti italiani della Lombardia e del Piemonte, le loro storie di fede patriottica, di sofferenza, di persecuzione politica e di martirio carcerario. La storiografia "divulgativa" nazionale, intrisa di patriottismo di marca sabauda, presentava nei libri le figure di Confalonieri, Santorre di Santarosa, Pellico, gli eroi del primo risorgimento italiano, la lotta all'oppressore austriaco. Dalle pagine celebri de Le mie prigioni di Silvio Pellico abbiamo conosciuto la storia drammatica dei prigionieri italiani allo Spielberg, il famigerato, terribile carcere austriaco a cui erano avviati i detenuti italiani, i carbonari responsabili delle trame contro la dominazione dell'Austria-Ungheria nel milanese. E' nota la forza politica de Le mie prigioni di Pellico, del quale si usava ripetere scolasticamente il noto giudizio secondo cui l'opera "aveva nociuto all'Austria più di una battaglia perduta".

Meno note, invece, le vicende dei patrioti del Sud, che vivevano più o meno negli stessi decenni, le loro tragedie personali e politiche, spendendo la loro vita, in quegli anni del trionfo della "religione della libertà" e del liberalismo, nell'azione politica cospiratrice contro l'assolutismo borbonico. Carlo Poerio, Nicola Nisco, Luigi Settembrini, per citarne alcuni tra i più grandi, sono nomi importanti della nostra tradizione culturale e politica, figure non meno eroiche di Pellico e Confalonieri; alcuni di questi hanno pagato il loro impegno politico in un carcere non meno duro dello Spielberg di Pellico, nel carcere di Montefusco, lo "Spielberg d'Irpinia", come lo definisce un opuscolo commemorativo di Palmerino Savoia ristampato un decennio fa dall'Amministrazione Comunale di Montefusco.

In questo durissimo bagno penale, nell'entroterra inaccessibile dell'Appennino irpino, nel 1852 il re Ferdinando II di Borbone volle che fossero rinchiusi i "rei di stato",  coloro cioè che erano condannati per reati politici contro il regime e lo stato borbonico. Un carcere antico quello di Montefusco, interrato, umido, marcescente, putrido e tenebroso, sprofondato al disotto del castello degli aragonesi, un carcere che esisteva da secoli, dal tempo in cui la città era capoluogo della provincia e perciò sede di un tribunale provinciale. Un luogo veramente infernale, chiuso allorquando le funzioni di città capoluogo furono trasferite da Murat ad Avellino, e riaperto appunto da re Ferdinando II per punire i suoi peggiori nemici, l'intellettualità liberale napoletana. Uno speco profondo, formato da due stanzoni rettangolari sovrapposti, umidi e bui, che come le carceri non meno terribili di Procida, di Nisida e di Ponza, poteva far esclamare al Gladstone che il regime poliziesco di Ferdinando II era "la negazione di Dio", e, possiamo credere che, almeno da questo punto di vista, effettivamente lo era, con buona pace dei neo-borbonici che, con improvvido e troppo radicale capovolgimento, vorrebbero invece farne tout-court  il paradiso perduto.

I primi sventurati ospiti dello carcere di Montefusco furono un gruppo di cinquanta prigionieri politici che giunse nel ripristinato "Spielberg d'Irpinia" la sera del 2 Febbraio 1852, tra costoro appunto Carlo Poerio, ex ministro di Ferdinando II, il barone Nicola Nisco e il duca Sisidmondo Castromediano di Lecce. Dalle pagine autoibiografiche di Castromediano e Nisco, per pathos e trepidazione di affetti non  meno suggestive a tratti di quelle di Pellico, possiamo conoscere la durezza e l'asperità della vita di questi prigionieri, gli episodi di quotidiana angheria e crudeltà a cui dovevano sottostare, l'eroismo e la pietà che si incontravano di fronte a qui suppliziati, come nel caso del Arciprete di Montefusco, l'abate  Pasquale Ciampi, che per aver benedetto i reclusi affacciati alle grate durante una processione nel giorno del Corpus Domini, fu confinato in un lontano paesello della Basilicata, reo di aver benedetto da parte di Dio i nemici del Re. 
Dal barone Nisco sappiamo come languivano di stenti e di malattia i reclusi di Montefusco: "De Gennaro smarrì la ragione; furono emottici Tuzzo, Serafino, Sticco; finirono per etisia Anotnio Ferraro, Alfonso Zeuli e Vincenzo Cavallo; morirono di colera Mellucci, Cimmino, Pannunzio, Gatto e Torquato; (…) al Poerio sopravvenne affanno pettorale (…)". Ancora oggi una lapide li ricorda alla memoria del visitatore.
Una durissima vita che avrebbe ucciso presto tutti i patrioti, se dopo due anni non fossero stati trasferiti nel carcere, un po' più umano, di Montesarchio; da dove poi, cinque anni più tardi, furono avviati all'esilio forzato in America.

Lo Spielberg d'Irpinia, dopo l'unità italiana, sopravvisse come dipendenza del carcere di Avellino, e poi, abolita l'orribile ambiente sotterraneo, con funzioni sempre più limitate, come carcere della locale pretura fino al 1923.

La storia non volle dimenticare le lacrime, il dolore, le vite offerte alla patria nelle tetre mura del carcere di Montefusco e nel 1928 lo "Spielberg d'Irpinia" divenne monumento nazionale, lasciando allora inalterato tutto l'ambiente: le inferriate rugginose, le imposte di legno mal connesse, le porte di ferro, le catene. Benché non siano mancate le visite illustri (Umberto di Savoia vi fu nel 1932), i "pellegrinaggi", i convegni, le celebrazioni sul significato del luogo e del monumento, questa singolare pagine storica del Risorgimento meridionale è forse ancora poco nota alla maggioranza degli Irpini che magari conoscono, com'è giusto, il capolavoro di Pellico ma ignorano forse lo "Spielberg dell'Irpinia", e le lacrime e il dolore che pure le sue marcescenti mura videro profusi da tanti uomini generosi, di varia estrazione sociale e provenienza geografica, negli anni cruciali della storia del Risorgimento nazionale.

Dario Ianneci