La valle dei mulini. I segni della memoria lungo l'Ofanto

22.09.2012 18:11

La Valle dei Mulini più famosa della Campania è senza dubbio il pittoresco vallone del Canneto ad Amalfi, scavato nella viva roccia, tra piccoli orti, agrumeti e cascatelle d'acque che alimentavano un tempo i mulini delle più antiche cartiere d'Europa, dove si produceva la famosa "carta di Amalfi", soffice e porosa.

Altri mulini aveva l'Irpinia, tanto antichi quanto quelli di Amalfi, che producevano però non la carta, un bene certo poco utile in questa remota e incolta provincia, ma farina, la ricchezza per eccellenza da queste parti, metafora e simbolo dell'agiatezza. E non l'acqua di un pittoresco torrente che accendeva la sensibilità romantica dei viaggiatori d'oltralpe faceva girare le ruote delle macine, ma i fiotti, più o meno violenti, rubati all'Ofanto, il fiume "vorticoso" e al tempo stesso "povero d'acque" cantato da Orazio, ai suoi pochi affluenti.

Una bella ricerca di quasi dieci anni fa, realizzata dal CREMS Campania e dalla Comunità Montana Alta Irpinia ("Itinerario. Nella storia. Nella memoria", 1993) dedicava un bel capitolo proprio ai mulini presenti nel territorio ofantino. I mulini iprini sono casotti isolati, in prossimità di corsi d'acqua minori, vicino ai tanti valloni e canaloni, che confluivano poi nell'Ofanto.

Il mulino ad acqua è una presenza silenziosa nella storia irpina. Ha attirato poca attenzione su di sé, pur essendo una struttura essenziale della vita delle comunità irpine, come le fontane, i boschi, le vigne. Tanto più se si considera che, in alcuni casi, fondazioni di epoca molto antica hanno continuato a funzionare quasi ininterrottamente fino ad epoche molto recenti, in genere fino alla seconda guerra mondiale.

Il mulino è un'invenzione antica delle civiltà del Mediterraneo. Originario dell'Asia  Minore, approdò in Occidente nei primi secoli dell'impero romano, e divenne molto diffuso durante il Medioevo. Il mulino poteva avere la grande ruota verticale, ma questo tipo aveva bisogno di molta acqua e perciò era piuttosto raro in Irpinia; oppure aveva una ruota più piccola orizzontale che sfrutta la velocità di caduta dell'acqua e la pressione (ed è questo il modello più diffuso in Alta Irpinia). Ormai ridotti a ruderi, si riconoscono facilmente  nella campagna, per la presenza di una sorta di alto camino, di torre di pietra molto stretta ed elevata, che conteneva una volta la canna del mulino, un pozzetto stretto che aumentava la pressione dell'acqua in caduta. Il più delle volte si captava l'acqua dal torrente o dal vallone con un canale a cielo aperto che fungeva da condotta "forzata", e che bisognava tener costantemente pulito,

Un esempio di questo tipo di mulino si trova oggi nel Museo Etnografico di Aquilonia, un capolavoro di recupero di grandissimo valore culturale. Nella sezione dedicata al ciclo alimentare della farina e del pane è possibile vedere in azione un mulino perfettamente ricostruito sul modello dei mulini reali presenti nel territorio altirpino. La ruota motrice era collocata in un vano seminterrato del mulino. Una semplice ruota formata da pale di legno dalla caratteristica forma "a cucchiaio". Un collegamento diretto alla macina faceva girare la pietra: tanti giri della macina quanti ne faceva la ruota, non esisteva un ingranaggio "moltiplicatore". Occorreva così più di un ora per macinare un quintale di grano che scendeva dall'alto, dalla caratteristica tramoggia a tronco di piramide rovesciata. 

Seguendo la valle ofantina si trovano i segni dell'antica civiltà dei mulini. A Teora, nel cui territorio l'acqua non mancava, vi erano nove mulini, alcuni dei quali risalenti al Settecento. Ruderi di mulini ad acqua si trovano a Guardia de' Lombardi (Mulino Burgenatico). A Morra, nel parco desanctisiano, sono visibili i resti del mulino Donatelli, di epoca più recente, che presenta i resti dei quattro ambienti tipici di un mulino ofantino: la piccola abitazione del mugnaio, il deposito, la macina vera e propria, la torre per la raccolta e la caduta dell'acqua. Le pietre sconnesse, i ruderi lasciano solo il ricordo del fabbricato.

Per più di trecento anni ha fatto girare le sue macine il mulino Pennella di S. Angelo dei Lombardi, che risale al Seicento, e altri nel territorio circostante hanno lavorato a lungo, a beneficio dei santangiolesi e del feudatari che perlopiù erano i proprietari di queste strutture, e che di norma esigevano un diritto di molitura dai sudditi che si servivano di esso. Così accedeva per il più antico mulino di Lioni che forse risale all'epoca medievale. In località "la cascata" resti di strutture fortificate medievali testimoniano un'ininterrotta attività fin da epoca molto antica. I ruderi di costruzioni mimetizzate nella campagna di Villamaina e di Torella dei Lombardi sono ciò che resta di ingegnose costruzioni in cui l'acqua veniva condotta attraverso un canale molto lunghi (alcuni chilometri nel caso di Villamaina).

Ben sei mulini, infine, erano presenti a Sant'Andrea di Conza, un paese ricco di sorgenti e d'acqua: il Sambuco, l'Arso, l'Arca attraverso i tanti valloni facevano confluire le loro acqua nell'Ofanto dopo aver fatto girare per secoli le macine dei mulini, e aver irrigato - caso assai raro in Irpinia - la fertile terra della tenuta "Forma". 

Le belle pietre locali, le arcate che reggono talvolta i canali di approviggionamento dell'acqua, le volte delle piccole abitazioni dei mugnai, sono ormai segni quasi del tutto spariti dal territorio. La Soprintendenza BAAAS di Salerno e Avelklino vincolò due vecchie fabbriche di due mulini del Settecento e dell'Ottocento a Sant'Andrea di Conza; il Museo di Aquilonia ha salvato la memoria anche del mulino ad acqua (almeno quattro ne erano attivi nel suo territorio, a valle verso l'Osento e l'Ofanto).

Senza la neceaasia cura di questi "segni" di pietra, di questi pur umili monumenti della vita economica sociale presto sparirà del tutto il ricordo e il senso di che cosa abbia rappresentato per la gente la fatica del macinare il grano, la funzione energetica dell'acqua in Irpinia, risorsa preziosissima sotto ogni apsetto; la valenza anche sociale e politica della presenza di uno o più mulini sul territorio comunale, le questioni derivanti dalla loro proprietà, dai costi da sopportare per la macinazione del frumento; le lotte per affrancarsi dalla signoria e dai soprusi feudali sull'esercizio della molitura. Tutto un mondo e una storia dietro i resti delle semplici e strette torri di pietra che si ergono oggi sconnesse e malandate nelle campagne irpine. Anche per quello che resta di queste costruzioni c'è bisgono di nuova cura e nuova tutela come per tutti i "documenti di pietra" della nostra provincia.

 

Dario Ianneci