La reazione filoborbonica e brigantaggio a Carbonara-Aquilonia (1860-187)

22.09.2012 18:18

1. La reazione del 21 Ottobre 1860 e il brigantaggio: i fatti

Qualche giorno dopo il plebiscito del 21 Ottobre 1860, Francesco II, chiuso ormai dal 7 Settembre tra le poderose mura dei bastioni di Gaeta, invano battuti per molti mesi dalle artiglierie di Cialdini e di Persano, leggeva sulla Gazzetta di Gaeta le notizie che riguardavano le province meridionali: “le reazioni inferociscono, le repressioni ancora più feroci tengono dietro”. Una notizia ripresa dal Nazionale segnalava “in molti luoghi i disordini a cui dette motivo la votazione” plebiscitaria, tra cui “quelli successi a Carbonara, a S. Angelo dei Lombardi ed in altri luoghi”.  Possiamo pensare che il re non ne fu molto entusiasta, dal momento che com'è noto egli diffidava molto delle cosiddette masse e non aveva voluto ricorrere ad esse ripetendo, come pure qualcuno gli aveva suggerito, l'epopea di sessant'anni prima del cardinale Ruffo.

A Carbonara l'agitazione dei contadini era andata crescendo fin dall'estate. La sera precedente il 21 Ottobre i messi comunali che distribuivano le tessere  per il plebiscito che si sarebbe dovuto svolgere il giorno dopo furono presi a sassate. Le tessere vennero fatte a pezzi. Fino a notte fonda bande di giovani corsero le strade del paese acclamando re Francesco II. Alle prime luci dell’alba la rivolta esplose cruenta. Dopo una lugubre messa solenne col canto del Te deum, a cui furono costretti ad assistere solo i galantuomini,  la massa dei popolani li aggredì all'uscita dalla chiesa. A colpi di ronca, di baionetta, di ascia furono massacrati per le vie di Carbonara i maggiorenti del paese e alcune guardie nazionali, tutti sostenitori dell’Italia unita e del nuovo governo di Vittorio Emanuele. Alla fine della giornata rimasero uccisi nove galantuomini: il capitano della Guardia Nazionale Gaetano Maglione, la guardia Angelo D’Annunzio, i ricchi liberali Nicola Tartaglia, Gabriele Stentalis, suo nipote Isidoro Stentalis col figlioletto Michelino, un bambino di appena nove anni, Michele Cappa, il cancelliere comunale Francesco Areneo Rossi, il decurione Donato Tartaglia. Un altro, Giovambattista Coscia,  fu ferito gravemente. Alcuni, tra cui il sindaco Giacomo Giurazzi, si salvarono con una rocambolesca fuga per le campagne circostanti. I cadaveri di alcuni uccisi furono mutilati, oltraggiati e precipitati per la ripa sottostante al paese. Altri rimasero insepolti per le strade deserte per tutto il giorno e la notte successiva. Una ferocia inaudita quella dei carbonaresi ma, stando alla storia, non rara né insolita nei periodici e scomposti tumulti della plebe del Mezzogiorno. La folla dei rivoltosi saccheggiò le case di alcuni uccisi, banchettando nelle cantine e nelle dispense, bruciò i libri d’esigenza, distrusse i documenti della cancelleria comunale e gli atti notarili, imponendo taglie e ricattando le vedove degli uccisi, costringendo il clero a rinunciare alla riscossione delle decime. Ci fu anche un tentativo di organizzare un governo del paese. I rivoltosi decretarono immediatamente il coprifuoco impedendo a tutti di uscire di casa e il mattino del giorno dopo ripristinarono la vecchia figura del Capo Urbano (stata abolita nel luglio del 1860 allorquando furono create le Guardie Nazionali) eleggendo a questa carica Michele Cerulli, di antica famiglia locale (i cui membri fin dall'inizio del secolo aveva ricoperto incarichi pubblici in paese) e quindi elessero un nuovo sindaco in persona di Donato D'Errico, proclamando restaurato il regime borbonico. Aprirono il corriere postale ed imposero al giudice Paradisi di leggere la corrispondenza. 

Il Procuratore del Re presso la Gran Corte Criminale di Avellino dispose l’invio im-mediato di una colonna di soldati al comando del maggiore Moccia, ed il 24 Ottobre incaricò il giudice Francesco De Simone di recarsi subito a Carbonara al seguito della truppa, per avviare immediatamente l’istruttoria per quell’eccidio, sospendendo il giudice regio Paradisi indicato da molti come uno dei responsabili morali dell'accaduto.

Il 26 Ottobre il maggiore Moccia, con la truppa divisa in due colonne, entrò nel paese deserto sul piede di guerra, i fucili spianati, il tricolore con la croce sabauda spiegato. Ma non ci fu nessuno sparo, nessuno scontro con i popolani. La popolazione in processione dietro al clero con il Santissimo si fece incontro ai soldati, agitando ramoscelli d’ulivo. Appena  si seppe dell'arrivo della truppa i contadini lasciarono il paese e se ne tornarono ai loro pagliai, ai casoni, alle masserie sparse per le campagne circostanti.
Il maggiore Moccia procedette sbrigativamente. In quattro giorni interrogò tutto il paese ed arrestò più di cento persone, 122 uomini e 19 donne,  tra i quali anche il giudice mandamentale del luogo, Domenico Paradisi, sospettato di aver incitato il popolo alla rivolta, e qualche prete che sembrava aver avuto eccessiva simpatia per i Borboni.
Il 29 Ottobre il giudice Istruttore De Simone, rassicurato circa la situazione dell'ordine pubblico, entrò in Carbonara scortato dai soldati piemontesi. L'ufficiale provvide subito a distaccare cento uomini della sua colonna nella vicina Lacedonia e Rocchetta "per prevenire disordini" e un'altra colonna, la sera stessa, a Calitri, anche per arrestare nei paesi limitrofi altri galantuomini indicati dalla voce pubblica come "capi rivoluzionari".

A Carbonara il Moccia aveva subito fatto arrestare immediatamente il giudice regio Paradisi, il giudice supplente Gaetano De Feo, il galantuomo Domenicantonio Vitale, e il sacerdote Lotrecchiano "poiché (…) in odore di malfattori", tenendoli poi agli arresti nel palazzo di De Feo. Questi, poiché sapeva di essere indicato dalla voce pubblica come il maggior reazionario tra i galantuomini, per timore che l'autorità militare procedesse contro di lui in modo sommario, fuggì immediatamente da Carbonara e si rifugiò presso alcuni parenti ad Atella, non lontano da Rionero in Vulture (secondo altri a Bisaccia), lo stesso fece l'arciprete Giurazza.  

Alcuni popolani arrestati nelle prime deposizioni rese al Moccia accusarono i galantuomini, in particolare il De Feo e il sacerdote Lotrecchiano, di averli incitati alla rivolta con sicure promesse circa la restaurazione borbonica; poi però davanti al giudice istruttore non riconfermeranno queste deposizioni: tutti sostennero che non c'era stato alcun accordo e alcuna premeditazione per i fatti del 21 Ottobre, ma che era stati costretti a fare quelle dichiarazioni contro i borbonici del paese con minacce e con percosse. In genere anche i galantuomini di parte liberale, benché avversi al partito borbonico, negarono sempre che i De Feo, Vitale, Paradisi o altri avessero potuto concepire il disegno della strage, e anche i popolani interrogati non seppero addurre alcuna prova concreta a carico dei galantuomini arrestati come supposti mandanti della strage, mentre accusavano soltanto i popolani, e in particolare, i soldati sbandati dell'esercito borbonico di aver concepito e tenuto nascosto fino all'esecuzione l'efferato disegno.

Il maggiore Moccia non si trattenne a lungo a Carbonara, partendo subito per la Ca-pitanata da dove spedisce un distaccamento di sei guardie nazionali a Montella. Il pro-blema delle guardie nazionali per il mantenimento dell'ordine pubblico a Carbonara come in tutti gli altri paesi era un problema serio. Le guardie nazionali del circondario erano state arruolate d'ufficio; agivano insieme ad esse una trentina di carabinieri agli ordini del comandante in seconda capitano De Stefano per presidiare il centro abitato di Carbonara. Ma la maggior parte dei nazionali locali fuggì quasi subito per i boschi circostanti.
Dal 4 dicembre, comincia il trasferimento dei detenuti, a piccoli gruppi, che dura fino alla primavera dell'anno successivo, nelle carceri di Avellino, mentre i facoltosi locali (tra cui il sacerdote Lotrecchiano e il giudice Paradisi) chiedono di restare a Carbonara per motivi di salute. Il Procuratore Generale chiede continuamente rapporti e spiegazioni sulla posizione dei maggiorenti sospettati come "retrivi", come erano chiamati coloro che non volevano acclamare il nuovo governo nazionale, di essere tra i sobillatori o istigatori del popolo, se non addirittura i diretti mandanti della strage. 
Nell’Aprile del 1861, allorquando la banda del famoso brigante Crocco stava assal-tando i paesi intorno al Vulture, tra la Basilicata e l’Irpinia, a Carbonara ci fu un altro sussulto reazionario. Alle notizie dei movimenti di Crocco sull'Ofanto da S.Angelo dei Lombardi vennero spedite alcune guardie nazionali a Calitri per fronteggiare gruppi di sbandati raccolti nei boschi di Castiglione e di Monticchio. Poi da Avellino salì un’intera  compagnia del 30° reggimento di fanteria. Poi ancora un distaccamento di bersaglieri e 40 "guardie mobilizzate". La banda di Crocco invece composta da circa 300 individui, aveva occupato Melfi; poi valicato il massiccio del Vulture, attraverso i boschi si era diretta al di là dell'Ofanto, assalendo i paesi del Principato Ulteriore, in-nanzitutto Monteverde e Carbonara.
Il giudice istruttore De Simone non si sentiva più tranquillo a Carbonara e così, rac-colti i volumi della “processura” per la strage del 21 Ottobre, alcuni reperti rilevanti, e tutto il materiale utile all’indagine che era possibile trasportare,  fuggì col cancelliere a Bisaccia, lasciando le altre carte in alcuni stipi della casa comunale. Le guardie nazionali presenti a Carbonara infatti non potevano offrire alcuna garanzia “perché in parte appartenenti alla plebaglia medesima, in parte mancanti di armi e di munizioni”. Insieme al giudice fuggirono tutti i maggiorenti del paese, presi dalla paura che tornassero a vedersi le scene di sangue dell'ottobre precedente.
Le famiglie degli uomini arrestati per i fatti di sangue del 21 ottobre dell'anno precedente acclamarono alle notizie dell'avvicinarsi della banda di Crocco, molti giravano in paese con le coccarde rosse borboniche.

Superato l'Ofanto, la mattina del 19 Aprile il brigante assaltò Monteverde, saccheg-giando la casa del sindaco Freda, della maestra primaria donna Mena Giuseppa Cerulli (da cui furono rubati circa cinquemila ducati), bruciando i protocolli notarili mentre Crocco fece distribuire al popolo circa cinquecento tomoli di grano.
La banda si recò poi al palazzo del barone Sangermano, noto per essere uno dei più reazionari esponenti del partito borbonico, che vi stava  come agli arresti perché sospettato di sentimenti borbonici e  di connivenza con i briganti per aver trattenuto preso di sé una bandiera bianca dei Borboni che gli era stata recapitata il giorno prima. Mentre su Monteverde confluiva una colonna piemontese che proveniva da Bovino, trecento soldati agli ordini del Cap. Tarugi e molte Guardie Nazionali di stanza a Melfi agli ordini di Gabriele Bochicchio, anche da Carbonara le due compagnie di soldati piemontesi che vi erano di stanza mossero su Monteverde con l'intenzione di prendere tra due fuochi Crocco, lasciando solo una decina di soldati in paese a guardia del bagaglio. Crocco notò i movimenti della truppa che da Carbonara saliva verso Monteverde e, aggirando la colonna che muoveva contro, con una perfetta conoscenza dei luoghi, attaccò il paese sguarnito, difeso dai pochi fanti piemontesi, poiché tutte le guardie nazionali erano precipitosamente fuggite. Ci fu uno scontro a fuoco breve e violento. I soldati piemontesi rimasti fuggirono anch'essi dopo poche fucilate verso Monteverde. Tre di essi rimasero in paese. Uno solo sostenne eroicamente il fuoco dei briganti all'ingresso dell'abitato (Largo Croce). Mentre poi cercava di ritirarsi in caserma fu raggiunto dalle palle degli avversari, mentre gli altri due si davano alla fuga. I briganti liberarono i detenuti dalle carceri, poi si diressero al Corpo di Guardia e al Giudicato Regio. Infransero gli stemmi sabaudi e lacerarono la bandiera italiana. Distrussero i locali del giudicato. Poi si sparsero per le botteghe in cerca di tabacco, sigari e viveri. I tre soldati catturati (di cui uno si scoprì poi un disertore borbonico), condotti alla presenza di Crocco, furono fucilati dai briganti. Crocco non si trattenne però a lungo a Carbonara. Avvisato dopo poche ore di permanenza dell'approssimarsi di truppe, radunò a rullo di tamburo i suoi uomini e scappò nei boschi verso Calitri, prima che la colonna di piemontesi beffati dai briganti fosse riuscita a rientrare in paese. 
Superato questo momento critico l'istruttoria per la strage dell'ottobre precedente riprese e si concluse con il rinvio a giudizio il 2 Dicembre 1861 di cinquantotto carbonaresi imputati di "cospirazione nel fine di distruggere l'attuale forma di governo", "reazione o attentato allo stesso empio fine di distruggere l'attuale forma di governo", "strage contro una classe di persone", "saccheggio contro una classe di persone e galantuomini", "complicità in primo grado nei suddetti crimini di strage e saccheggio", "sciente e volontaria ricettazione di taluni autori dell'attentato".

Negli anni seguenti, dal 1862 al 1865, nel territorio di Carbonara il brigantaggio si confuse con la delinquenza comune. Le bande dei masnadieri operarono anche a nei boschi di Carbonara (che intanto aveva assunto il nome si Aquilonia, per cancellare l'onta della reazione del 21 Ottobre 1860), soprattutto nel bosco di Sassano, di Montarcangelo e Origlia, verso Lacedonia.

Scontri si registrano in contrada Arilendine tra pattuglie del 6° Fanteria Parma che operava nella zona (in uno di questi perse la vita il tenente Orazio Contini); nel bosco di Origlia tra truppe del 17° bersaglieri al comando del capitano Bruno Bruti; altre truppe agli ordini degli ufficiali Galli della Loggia e Federico Radicati si scontrarono con i briganti a Montarcangelo e al Serro della Capra; e altre quattro guardie nazionali di Aquilonia persero la vita combattendo in questi anni contro i briganti.  La maggior parte degli episodi di brigantaggio negli anni 1862-1863 in cui furono direttamente coinvolti i carbonaresi sono relativi all'aiuto offerto alla banda di Agostino Sacchetiello di Bisaccia che in quegli anni scorrazzava nei boschi lungo l'Ofanto, e che faceva parte della più grand eformazione di Crocco. Sequestri di persona a scopo di estorsione, omicidi di contadini inermi, incendi di masserie e strage di bestiame sono i fatti più ricorrenti in questi anni, in cui l'azione delle bande di briganti si mescola con la delinquenza comune. Gli assalti alle masserie isolate nei campi e nei boschi di Aquilonia sono piuttosto frequenti come pure i conflitti a fuoco con i carabinieri e con i soldati, gli inseguimenti e le imboscate. Quasi sempre sono i briganti ad avere la meglio. Le irruzioni nelle masserie da parte dei militari sono sempre fuori tempo, i briganti conoscitori esperti dei luoghi si dileguano prima che giungano i soldati. L'attività di polizia si sostanzia perlopiù in arresti di contadini e di massari sospettati di fornire appoggio ai briganti.
Tra il 14 e il 16 Aprile del 1862 i soldati della compagnia di Monticchio, granatieri  al comando del tenente colonnello Lesinati, e i Carabinieri al comando del colonnello Bendini si scontrano più volte con una cinquantina di briganti sull'Ofanto sotto Aquilonia, e nel bosco Siricciardi di Monteverde con alcuni morti e molti feriti. 
Dal 1861 al 1865 furono più volte assalite masserie aquiloniesi a Sassano, Casalvetere, Groveggiante e altri luoghi circostanti dai briganti delle bande di Sacchetiello, Andreottola, Callarulo e molti coloni aquiloniesi furono arrestati e condannati con l'accusa di aver fornito aiuto, viveri e ricovero ai briganti.

 

2. Per una lettura critica della reazione di Carbonara

Il fatto di sangue di Carbonara fu uno dei più gravi tra i moti popolari filoborbonici che si registrarono tra l’estate e l’autunno del 1860 in provincia di Avellino: moti filo-borbonici si ebbero anche a Castelvetere sul Calore, a Pietrastornina, a Sirignano, a Quadrelle, a S. Angelo a Scala, a Solofra e altrove.

Ma la memoria, sollecitata anche da suggestioni letterarie di verghiana memoria, corre più facilmente alla famosa rivolta di Bronte. Ad agosto dello stesso anno infatti nel centro catanese era accaduta una strage simile, anche se di segno  politico opposto. A Bronte si era dato l’assalto alle case dei ricchi latifondisti borbonici nel nome di Garibaldi, dell’Italia unita e della “libertà” che le camice rosse portavano alla Sicilia oppressa; a Carbonara si era difesa, invece, la causa di Francesco II contro “il brigante” Garibaldi. Nel centro siciliano la rivolta contadina, che mostrò subito i tratti della rivolta sociale per l’occupazione delle terre, venne sanguinosamente soffocata, com’è noto, da Nino Bixio con fucilazioni e arresti di massa (anche se a giudizio di Gramsci fu in effetti Crispi ad ispirare la condotta politica dei garibaldini in Sicilia).

Per la rivolta di Carbonara, come per le reazioni antiunitarie in genere, due sono gli schemi di lettura dell'episodio. Da un lato c'è l'approccio in chiave tutta politica (la reazione come espressione di un sentimento politico reazionario delle masse, della feccia del popolo, avverso all'Unità nazionale e istigato da pochi sostenitori del re borbone), dall'altro la lettura in chiave tutta socio-economica (la rivolta come moto jacqueristico contro un ceto di proprietari usurai che opprimeva la plebe); tra i due estremi alcune posizioni intermedie che accentuano in diversa misura ora l'uno o l'altro elemento. Le prime storie cronache e militari che riferiscono di fatti avvenuti nel circondario (Marco Monnier, Giuseppe Bourelly, Camillo Battista) sono tutte naturalmente di carattere politico nazionalistico e patriottico, e considerano perciò il moto di Carbonara un fatto solamente politico, e Carbonara stessa, come scrisse Camillo Battista, non era nulla più di "una miserabile bicocca che (che) meriterebbe di essere dalle fondamenta schiantata per avendo per ben due volte consumato sanguinose ed atroci reazioni".  

Fin nei primi tempi delle tanto numerose quanto inattese "reazioni" che si registrarono nelle province meridionali si formò un canone interpretativo del fenomeno, considerato in genere come un preludio del brigantaggio, e direttamente collegato ad esso, che faceva leva su alcuni punti fermi ripetuti poi come un cliché per molte decenni ancora. Camillo Battista, ad esempio, che scrive la cronaca dei fatti accaduti tra Basilicata e Irpinia nel 1861 che "tramezzano tra reazione e brigantaggio", indica tra le cause il sodalizio tra soldati sbandati e i briganti già attivi sotto il regime borbonico, le plebi "sempre illuse e sedotte", invase da uno spirito comunistico e da "un'abominevole avidità dell'altrui", i pochi potentotti di paese che dominarono e caddero col Borbone, i preti e i monaci, le discordie dei liberali, la cattiva organizzazione militare del nuovo stato, le angherie subite dagli esponenti borbonici sconfitti che li gettarono nella disperazione.

Questo clichè perdurò a lungo nella lettura critica delle numerose reazioni filoborboniche  dei comuni del Mezzogiorno per tutto l'Ottocento e oltre, come nella prima compiuta ed ordinata cronaca della reazione di Carbonara che risale ai primi del Novecento, opera del giudice Francesco Campolongo, che si interesso alla reazione di Carbonara in un suo volumetto pubblicato nel 1904 (omaggio alla memoria della  moglie, Isabella Tartaglia, superstite della strage, e che aveva avuto uccisi in quella il padre, il suo primo marito e un figliastro). Anche qui infatti la causa del moto è indicata nell'avversione dei contadini al nuovo regime, la loro strumentalizzazione da parte dei “retrivi” filoborbo-nici, la facile propaganda del clero, le trame e l’azione di molti soldati sbandati sono le concomitanti cause fondamentali della rivolta.

Ma l'altra linea interpretativa, quella socio-economica, risale anch'essa ai primi de-cenni di vita dello stato unitario. Già Verga nella sua famosa novella Libertà ispirata ai fatti di Bronte sa di narrare non una vera lotta, regolare e politica tra partiti, ma - come scrive Croce - “un urto feroce” tra classi sociali, “tra chi ha e chi non ha”. E ancora prima di Verga Giuseppe Cesare Abba, il garibaldino che da Savona s’era messo al seguito dell’Eroe dei due mondi nella spedizione siciliana, pur nella esaltazione epica dell'impresa dei Mille narrò nelle sue Noterelle l’episodio di Bronte e la feroce repressione che ne seguì con molti dubbi e perplessità sul significato della partecipazione popolare all'impresa unitaria. In un colloquio con un monaco siciliano, padre Carmelo, incontrato subito dopo lo sbarco a Marsala, lo scrittore garibaldino esalta la sua missione: fare dell’Italia un grande e solo popolo. Ma il monaco siciliano resta perplesso e non crede alle motivazioni di progresso politico e sociale addotte dal garibaldino. “La libertà e le scuole” portate dai piemontesi evidentemente non erano sufficienti per far uscire le popolazioni meridionali “dall’abietta condizione di cafoni” in cui continuarono a versare anche dopo l’Unità nazionale. L'esigenza di una “guerra degli oppressi contro gli oppressori” che era invece propugnata dal monaco siciliano nasceva dal problema della terra, della quotizzazione dei demani, degli usi civici perduti o ristretti, da un degrado generale delle condizioni di vita del ceto rurale, tutte questioni che erano state già da tempo al centro dell’elaborazione teorica degli uomini della sinistra. Marx stesso, che oggi sembra non essere mai abbastanza vituperato, aveva più volte rimproverato a Mazzini di dimenticare quasi completamente nei suoi programmi rivoluzionari le masse contadine, mentre egli si rendeva conto che esse costituivano un problema serio per la borghesia italiana che guidava il Risorgimento nazionale.

Dal canto mio vorrei che in primo luogo si tenesse conto di alcune osservazioni ge-nerali sul carattere delle rivolte contadine del Mezzogiorno, sulla loro natura sempre "reazionaria" che non deve essere interpretata in senso politico stretto, come scelta per un determinato regime politico. In generale infatti bisogna osservare che anche la rivolta di Carbonara del 1860 ha tutte le caratteristiche tipiche delle insorgenze popolari endemiche nel Mezzogiorno, ed è bene tenere presente che essa non deve essere considerata un episodio a sé. Non è certo corretto accomunare con disinvoltura la reazione di Carbonara del 1860 con altre rivolte precedenti, lontane anche nel tempo di più secoli; tuttavia tralasciando i motivi immediati e contingenti della rivolta, le peculiarità del tempo e del luogo, la riflessione sulle caratteristiche strutturali rivela nelle rivolte popolari (fin dalla fine del '500) l'esistenza di alcune costanti: la rivolta prende le mosse dalla protesta contro  alcune "novità" introdotte; si svolge con una vera e propria ritualità dell'assassinio per cui il popolo prima nega e capovolge l'autorità, poi uccide i capi, ne dileggia e sevizia i corpi e saccheggia le case; sempre si crea poi la convinzione che il popolo fosse stato manovrato da forze che avevano più chiari e limitati obiettivi politici (la plebe aiutata dai "cappanera"; la presenza di organismi di classe come "centri di resistenza" (le confraternite); e tutte poi determinano un conseguente sviluppo del banditismo. Tale è ad esempio la rivolta della plebe napoletana del 1585 che prende le mosse dalla rivolta popolare contro la rendita fondiaria; così la rivolta della plebe napoletana, e delle province, contro gli spagnoli del 1647 che assume il carattere del "ritorno a  condizioni preesistenti che il tempo aveva trasformato e corrotto".    Tali sono nella loro essenza e dinamica le rivolte di Lacedonia del 1547, di Castelfranci nel 1567 e di Grottaminarda negli stessi anni della rivolta di Masaniello (1647-1648), per non dire della nota vicenda delle masse sanfediste del 1799. Una lunga serie di tumulti che ha scosso periodicamente l'Irpinia, in situazioni di eccezionale precarietà e di delicati passaggi politici e muta-menti istituzionali più o meno importanti. Tutte queste rivolte sono di tipo reazionario; tutte tendono a ristabilire un ordine minacciato o messo in discussione. Questo atteggiamento "reazionario", se fu superato in città, come nota Villari, dall'affermarsi nei ceti superiori di una prospettiva illuministica (con l'idea di un progresso basato su fattori razionali) rimase a lungo un tratto caratteristico dei settori arretrati come appunto il mondo dei contadini meridionali che fino a tempi recenti hanno originato soltanto rivolte di questo tipo. Anche a proposito dell'insorgere del banditismo, in generale è stato osservato che  la rivoluzione per banditi e briganti consiste sempre nella la restaurazione di un ordine violato.

Tenendo conto di questa prospettiva generale nell'interpretazione delle reazioni po-polari (la rivolta cioè come restaurazione di un ordine violato) si possono esaminare più da vicino i fattori che hanno prodotto la rivolta di Carbonara. Essi devono essere cercati nella situazione socio-economica di quegli anni e nel deterioramento generale del tenore di vita dei contadini dei rapporti di forza interni alla cosiddetta borghesia locale, fino alla rottura istituzionale del 1860.

Per quanto attiene al primo punto tutta una serie di fattori offre significativi indicatori del progressivo depauperamento dei ceti meno abbienti che risalgono a molti decenni addietro, al punto in cui in un sistema basato sui delicati equilibri di un'economia prevalentemente silvo-pastorale si afferma il primato assoluto della coltura granaria, a discapito del bosco, del vigneto e della pastorizia. Questo è, in prima istanza, la violazione dell'ordine a cui reagire, l'ordine dell'antico assetto demaniale, di quello che la pubblicistica borghese dell'Ottocento definisce con accento spregiativo "l'antico spirito di pastura". La cattiva gestione del demanio comunale, antico e irrisolto problema che si era posto fin dal tempo della fine del regime feudale, ancora forse troppo genericamente condannato sulla base di un'antica tradizione storiografica. E' la rottura e la violazione di un ordine antico al quale non era subentrato ancora un nuovo modello economico che soddisfacesse le esigenze dei ceti subalterni. Com'è a tutti noto ai primi dell'Ottocento era stata promessa la divisione degli estesi demani alla popolazione. A Carbonara fu assegnato al patrimonio comunale il 50% dell'estensione complessiva delle terre del paese (a fronte di un 30 % circa che invece fu assegnato, ad esempio, a Calitri, ad Andretta, a Rocchetta); un imponente patrimonio che accresceva gli appetiti di quella che viene definita la classe della borghesia rurale, sulla cui valutazione pesano ancora troppe incertezze e contrad-dizioni nel giudizio degli storici. 

A Carbonara non si era operata alcuna divisione dei demani, peraltro prevalentemente boscosi, mentre il loro sfruttamento veniva controllato in modo assoluto dalle famiglie abbienti locali, col sistema dell'affitto o della conduzione amministrativa, e al contempo con la progressiva limitazione degli usi civici, che prima consentivano un utilizzo molto ampio delle risorse boschive.

La posizione del bracciale carbonarese in questo periodo è dunque quella di un lavoratore escluso da un antica e superata forma di gestione della terra, base di un'economia prevalentemente silvo-pastorale, ma escluso al tempo stesso  dalla nuova forma, individualistica e diretta, con una sensibile involuzione delle sue condizioni di vita.
Cominciano perciò le continue richieste di distribuzione in quote delle terre demaniali, che nell'idea dei contadini avrebbero dovuto ristabilire un equilibrio perduto nei confronti dei signori locali che si erano sostituiti all'antico signore feudale, quasi si trattasse di un toccasana di tutti i mali che affliggevano i contadini. Sappiamo che non poteva essere così. La pretesa della terra non ha in sé nulla di rivoluzionario, di comunistico, come si affermava nella pubblicistica del tempo, non pretende di sovvertire alcun ordine, se mai di ristabilire di un giusto equilibrio nell'utilizzo di un bene primario e di vedere attuate antiche norme di legge; perciò gli appelli alla legge, alla giustizia, alla figura del re come incarnazione dell'ordine costituito contro il sopruso dei signori, rappresentano un dato costante delle agitazioni e dei  moti contadini per tutto l'Ottocento e oltre.  La borghesia locale, i galantuomini di Carbonara, diedero vita ad uno stato di perenne lotta tra famiglie intorno alla gestione e allo sfruttamento del demanio e dell'ente amministrativo come occasione di affari e di consolidamento economico, utilizzando le periodiche rivendicazione della plebe come punto di forza per orientare il consenso popolare intorno a questa o a quella famiglia. Nel 1848 sono il liberale Ruccia e il sacerdote Giurazza a proclamare la necessità della divisione delle terre e a sobillare le masse, invitandole a non pagare le decime.

Nel decennio successivo la crisi economica si acuisce, con un'esasperazione del fi-scalismo locale a causa del cronico deficit dei bilanci comunale, mentre il gettito che avrebbe dovuto produrre una più accorta gestione dei demani, ancori indivisi, è sempre inferiore al previsto, i demani vengono sfruttati per il pascolo quasi gratuitamente dagli amministratori comunali, o lasciati inaffittati per diversi anni e di fatto liberamente utilizzati per il pascolo dai proprietari di mandrie locali.

Nel 1860 l’impresa garibaldina, che aveva provocato nell’estate un sostanziale vuoto di potere, creò l’occasione propizia per una nuova ribellione generale. La situazione politica, lo scontro tra borbonici e liberali, funzionò ancora una volta come già in passato, come catalizzatore della rivolta. Nel mese di Settembre, quando ormai Garibaldi è già giunto a Napoli, mentre il re è fuggito a Gaeta, i braccianti si spinsero a reclamare apertamente in piazza la divisione delle terre pubbliche. Il decurionato di Carbonara, vista la gravità delle minacce, aveva precipitosamente deliberato di avviare le pratiche per una quotizzazione dei demani.

La sommossa del 1860 non fu l'ultima ad Aquilonia. Il rituale tornò minaccioso a fare la sua comparsa, evocando nelle autorità locali e provinciali lo spettro di una tragedia già vista, negli ultimi anni del secolo, con nuovi moti popolari nel 1897 e nel 1898, nuovi roghi, assalti al municipio, sopraggiungere di truppa, arresti e processi: un copione già visto trent'anni prima e che tornerà ancora in scena quarant'anni più tardi, nel 1945, in occasione dell'occupazione delle terre, un tempo demaniali, della tenuta Mattina, tra lo sventolio delle bandiere rosse e l'intervento della polizia, in un altro momento nodale di svolta storica e di mutamento della scena politica e istituzionale della nazione.

E' dunque nel nodo irrisolto dei nuovi assetti proprietari della gestione del patrimonio demaniale la causa remota della reazione del 21 Ottobre 1860, e per quanto gli elementi politici e istituzionali non furono certo assenti nello sviluppo dei fatti, tuttavia bisogna attribuire ad essi il ruolo di fattori catalizzatori della rivolta.
Per Carbonara il brigantaggio sviluppatosi negli anni seguenti rappresenta piuttosto il fallimento dell'azione diretta dei contadini, il momento della sconfitta, della fuoriuscita e della dispersione delle forze. Nel momento in cui si pone il discrimine tra rivoluzione e delinquenza i contadini fuoriescono dal centro urbano, il luogo chiuso e circoscritto che era stato teatro dell'azione, della rivolta popolare e si disperdono nell'aperto della campagna circostante, nell'azione disperata e solitaria del bandito nei boschi, negli assalti individuali o in piccoli gruppi di tre o quattro individui ai coloni delle masserie dei signori a cui si impongono taglie e ricatti. Il centro urbano, luogo di decisione e di direzione della vita collettiva, che nei concitati mesi dell'estate e dell'autunno del 1860 era stato teatro del drammatico e sanguinoso confronto tra la plebe e la borghesia possidente, diventa sempre più remoto dall'orizzonte politico e sociale del ceto dei contadini, parte rinchiusi nelle galere a scontare condanne pluridecennali per i fatti della reazione, parte dispersi nei boschi a vivere da fuorilegge, fino al suo abbandono definitivo nella grande diaspora migratoria di fine secolo.

Dario Ianneci