La congiura dei Baroni e l'Irpinia nel racconto di Camillo Porzio

22.09.2012 18:10

La congiura del 1468 dei signori feudali - i baroni - contro il re Ferdinando d'Aragona è un episodio molto noto della storia del Mezzogiorno, citato spesso come esempio tipico della debolezza politica del Regno meridionale, dell'assenza di un potere centrale che sapesse tenere a freno le forte spinte disgregatrici della società. La forza dei baroni del regno, la debolezza del re nei loro confronti sono indicati spesso come uno dei caratteri più tipici della storia del Mezzogiorno moderno.

In effetti è con gli angioini che il processo di creazione di un forte stato centralista nel Sud, avviato dai Normanni e proseguito dagli Svevi, fu arrestato, con la creazione di nuovi feudi e nuovi signori di origine francese che mal si integravano con le antiche famiglie nobiliari normanno-sveve.

Alla metà del Quattrocento gli aragonesi dovettero affrontare una guerra contro angioini e baroni ribelli, che furono debellati nella battaglia di Troia, presso Foggia, nel 1458. Ma i baroni superstiti - temendo di essere sopraffatti definitivamente dal re Ferdinado d'Aragona - dettero vita ad una congiura, - passata alla storia come "la congiura dei baroni", accordandosi con alcuni dignitari della corte aragonese, assoldando il condottiero Roberto di Sanseverino come capo delle loro milizie, cercando aiuti in Italia contro l'azione di re Ferdinando.

Lo storico della rivolta fu Camillo Porzio, nato a Napoli nel 1525, studioso di diritto e di filosofia. Egli narrò queste vicende nella Congiura dei Baroni, opera edita nel 1565, unica peraltro completa tra le molte altre a cui aveva posto mano. L'azione si svolge tra Napoli, la Campania, le corti diplomatiche italiane. Ma  nei momenti fondamentali della congiura teatro delle operazioni furono proprio le regioni interne, tra Irpinia, Lucania e Puglia. E tra i maggiori protagonisti troviamo Pirro del Balzo, duca di Venosa e principe d'Altamura, la cui famiglia aveva terre e feudi anche in Irpinia, nella regione ofantina. Questi cercò a lungo di coinvolgere nella lotta il duca di Melfi, Sergianni Caracciolo, a cui era molto vicino anche il conte di S. Angelo dei Lombardi, che ne avrebbe certamente seguito l'esempio, ma costui pose condizioni molto gravose per la sua partecipazione all'azione, e ne restò fuori.

L'azione militare dei congiurati, sempre attendisti e poco decisi, fallì nonostante gli sforzi. Il duca di Melfi non partecipò alla rivolta; il gioco diplomatico tra le corti italiane di Firenze, Milano e del Papa a Roma, fu alla fine favorevole al sovrano; i baroni divisi tra loro da odi e rivalità, privi di una guida vigorosa, non riuscirono mai ad attaccare re Ferdinando in modo decisivo. A poco a poco cominciarono a manifestarsi le defezioni. Molti baroni furono presto costretti a giurare fedeltà al re.

Per qualche tempo il centro dell'azione fu l'Irpinia. Nel momento in cui le defezioni aumentavano e i baroni accettavano compromessi con la corona, a Lacedonia - Cedogna,  secondo la denominazione del tempo -, il papa mandò per il tramite del legato pontificio di Benevento un suo rappresentante, innanzi al quale fu ratificata una protesta nella quale si diceva che i baroni era costretti a forza, per timore e per paura, a ratificare i patti di pace col sovrano.

Subito dopo le terre irpine di Apice e Ariano, feudo della famiglia Guevara, si dettero al re. I baroni fortificarono Venosa e Bisceglie, per assicurarsi anche i collegamenti verso la Puglia e verso il mare.

Poi, quando la situazione divenne ormai critica, l'11 Settembre del 1486, i congiurati si radunarono in Irpinia, nella chiesa di Sant'Antonio di Lacedonia e qui - narra Camillo Porzio - "col sagramento in mano", alla presenza di notai e testimoni "sotto mille scongiuri" giurarono di rimanere uniti e saldi nella lotta contro il sovrano aragonese. Erano presenti a Lacedonia tutti i principali esponenti della congiura: Pirro del Balzo, il capitano militare Antonello Sanseverino, Pietro Guevara. Un sacerdote di Lacedonia - don Pietro Guglielmone - consacrò l'ostia. La piccola cittadina irpina visse la giornata di gloria, tra rulli di tamburo, cortei, grida di evviva, e sfarzo di nobili paludamenti. Ma il giuramento solenne di Lacedonia non valse contro le armi e la diplomazia della corte di Napoli: di lì a poco si sottomise Pirro del Balzo, anima della rivolta; il re venne a Venosa, e la cittadina e i ribelli subito si consegnarono al sovrano. Pirro del Balzo perse i suoi averi e le sue terre. Sua figlia, la bella Isabella, era sposa di Federico d'Aragona,  secondogenito del re. Sulla delicata figura di questa donna un letterato pugliese di Nardò volle comporre un poema che poi Croce pubblicò in Storie e leggende napoletane. Pirro fu ucciso il 4 Luglio dell'anno successivo "dopo una giostra"; un'altra sua figlia, Gisotta Ginevra, fu sposa di Pietro Guevara, feudatario irpino, che morì anch'egli "a veneno"

Tutti gli altri congiurati, in un primo momento perdonati, furono poi a poco a poco catturati e rinchiusi nelle carceri. Così il re "spense in vari tempi, e con diverse generazioni di morti, tutti li prigioni".

Il racconto di Camillo Porzio è molto interessante: i personaggi acquistano un rilievo spesso drammatico; i protagonisti diventano eroi di dall'oratoria pronta ed elevata, e il tutto si trasforma in una spettacolo compiaciuto di nobiltà, di ostentato eroismo, ma sempre sorretto da grande chiarezza discorsiva. Un opera importante della letteratura meridionale, non solo sul piano storico ma anche come documento della produzione letteraria meridionale del Cinquecento, che oggi possiamo rileggere nella ristampa delle edizioni Osanna di Venosa (1989).