Il viaggio in Irpinia di Gian Vincenzo Imperiale

22.09.2012 18:08

Un nobile letterato genovese alla scoperta dell'Irpinia del Seicento

Tra l’Irpinia e la letteratura, se non vi fosse stato De Sanctis a colmare l’abisso, non era neppure pensabile di poter operare un accostamento di termini.

La presenza di un parco letterario come quello di Morra offre l’occasione per “aguzzare la vista”, lasciarsi suggestionare da nomi, episodi lontani nel tempo, poco noti a molti, da figure di altri letterati che in epoche lontane, non meno fugacemente di De Sanctis, hanno attraversato lo spazio geografico irpino, così remoto dalle grandi città o meglio dall’unico immenso universo cittadino che era la capitale del Regno, Napoli.

Tra il Cinquecento e il Seicento motivi diversi hanno spinto per caso, per avventura, per affari, per sventure, personaggi del gran mondo, nobili “dal gran nome”, nelle remote Terre dell’Alta Irpinia, ai piccoli borghi oscuri del limes ofantino.

Che cosa avevano in comune Torquato Tasso o Carlo Gesualdo o Giovan Vincenzo Imperiale o la più drammatica e distante figura di Isabella Morra, che fugacemente furono per qualche tempo, pochi mesi o qualche anno al più, nelle case palazziate che dominavano i tuguri di Bisaccia, Calitri, Gesualdo, Sant’Angelo dei Lombardi, Andretta o Morra?

Tutti andarono in Irpinia per un qualche caso straordinario. Tasso era inferno di mente, e - se è vera la notizia del suo soggiorno irpino -, nel palazzo di Bisaccia del suo dotto amico Giovan Battista Manso (che poi ne fu il biografo) sfuggiva la schizofrenia, ma solo per cadere nell’opprimente paranoia che le nebbie dei boschi del Formicoso acuivano ancor di più. Carlo Gesualdo, il raffinato musicista, il principe uxoricida, fuggiva con le mani ancor lorde del sangue della bella e sventurata Maria d'Avalos, sua sposa, a chiudersi nelle cortine dell’inaccessibile palazzo di Gesualdo, e per qualche tempo nei torrioni del castello di Calitri, dove era il padre ammalato, al sicuro così dalla vendetta dei parenti dell’amante ucciso. Più lontano Isabella Morra visse e cantò il suo amore puro e disperato sulle argille lucane, fino al martirio per mano dei fratelli. Il genovese Gian Vincenzo Imperiale, che ci interessa più da vicino, se ne venne per qualche mese in queste terre a vedere e valutare di persona l'infelice acquisto di un feudo che non fece che causargli liti, questioni, inimicizie e pericoli personali.

Giovan Vincenzo Imperiale era nato a Genova da un Doge della Repubblica nel 1577. Scrittore facondissimo, secondo quelli che erano i caratteri del secolo suo, con tutte le rocambolesche metafore, i pianti, i lamenti, le girandole di versi di Marino e di Guarino, che egli imitò moltissimo, del Chiabrera di cui era molto amico. Figura letteraria di secondo piano del panorama letterario del tempo, ma non inferiore ai tanti “minori” della letteratura italiana che studiati per una vita hanno fatto la fortuna accademica di molti ordinari delle università italiane. Questo coltissimo genovese, che aveva commentato il "Goffredo" del Tasso con un grandissimo successo editoriale tanto che il suo commento fu più volte stampato insieme al poema del sorrentino, ebbe la mala ventura di comprare, stando a Genova, senza averlo quindi mai visto, il feudo di Sant’Angelo dei Lombardi (che comprendeva Nusco, Lioni, Andretta e Carbonara); mala ventura, come presto scoprì personalmente nel viaggio che fece nella primavera del 1633 nel suo nuovo acquisto in Alta Irpinia, dove trovò liti con il vescovo di Nusco e con i monaci del Goleto, “tristitia” degli abitanti, ipoteche sui beni e per finire brigantaggio dilagante che lo costrinse più d’una volta a rinserrarsi nei suoi palazzi per non rischiare la vita.

Di questo viaggio irpino lasciò memoria nei suoi "Giornali", un diario di viaggio di straordinaria importanza pubblicato per la prima volta alla fine dell'Ottocento da Anton Giulio Barrilli; un testo in cui osservazioni minute e ragionate si fanno conoscere un angolo remoto della nostra terra nel Seicento, prima che venisse un Galanti a redigere le sue relazioni, e prima che De Sanctis tastasse il polso politico della regione nella nuova realtà politica dell'Italia unita.

Ma nel breve spazio di queste pagine non ci interessa il discorso storico né lo spaccato politico. Ci interessa la figura di quest’uomo come letterato. Un uomo che percorre la campagna di Morra e di Nusco, i boschi di Bisaccia e di Nusco, gli spazi aperti di queste terre che, per averle misurate “col passo del gigante” gli dovettero sembrare sconfinate. Gian Vincenzo Imperiale cammina a cavallo col suo numeroso seguito di cortigiani e di vassalli per i boschi, i villaggi, i casali dell'altopiano irpino, incontra persone, autorità, conosce costumi, linguaggi, usanze e giudica uomini e fatti con le parole di Tacito e di Cesare, contempla la campagna e ne esalta una improbabile bellezza con i versi di Virgilio, con quelli di Orazio e Petrarca si rinfranca all'ombra di maestosi alberi che nel Seicento erano certo assai più numerosi di quanti ne avrebbe trovato De Sanctis più di due secoli più tardi dopo centocinquanta anni di disboscamento feroce, compone sonetti a Morra e nei giorni di pioggia assiste a pieces teatrali di argomento mitologico composte e recitate apposta per lui nelle stanze del suo palazzo a Sant'Angelo.

“Un mondo a parte” sembra essere l’Irpinia a Vincenzo Imperiale. Per questo ricco e colto genovese gli irpini sono come i barbari di Tacito che “nec totam libertatem nec totam servitutem pati possunt”: infingardi i cittadini, neghittosi i contadini. Un giudizio tagliente il suo, tipico di  un uomo fattivo, volitivo, dinamico, che coglie però una realtà sociale e psicologica assai antica: “Quelli (i contadini) si contentano di quel poco che giorno per giorno si procacciano: questi (i pochi ricchi) si appagano, come se fosse molto, di quel poco che possiedono…”. Due righe per cogliere nel segno tutta la struttura sociale irpina che non muterà nei secoli a venire. Ancora disprezzo del seicentista genovese, con un’allegazione di Cesare: gli irpini non sono neppure come i Belgi “dei quali Cesare osservò come il lor patire fosse stimolo al lor ben oprare, perché lontani dalle città e dal mare (proptera quod a cultu atque humanitate proviciae absunt), e non sono nemmeno "forti" come i liguri suoi conterranei.

I pochi uomini colti di queste parti non capiscono la cupa pensosità del genovese, che passa tutto il suo tempo in “ozi malenconioisi della solitaria…casa” e in “solleciti affanni degli ordinari…scritti”, e lo invitano a godere con Orazio e a ristorarsi con Petrarca. Ma i fantasmi e le preoccupazioni lo travagliano anche di notte, e ad Imperiale compare in sogno Platone che lo invita alla saggezza, ad attendere alle proprie cose, piuttosto che scrutare gli affari altrui. L’unico passatempo piacevole sono le battute di caccia a Morra, al Formicoso; un’attività neppure tanto impegnativa giacché era facilissimo catturare lepri e quaglie nei boschi con l’aiuto dei cani. E dopo una di queste battute a Morra, così su due piedi, preso dall’estro poetico, Imperiali scrive un epitaffio poetico, sul tema classico di Piramo e Tisbe, per un sepolcro di due defunti irpini, lì morti nello stesso tempo:

“Fatti penna la spada e carta il core
Ecco Tisbe leal, Piramo forte,
Che stretti i corpi loro in braccio a morte
Queste scrisser col sangue ombre d’ardore
Chi crede che siam morti, ah prende errore;
Al vivere il morir ne apria le porte;
Che siam di Fe’ nell’adorata corte
Virgini amanti e martiri d’amore
Non è ver che siam morti, appena uscita
L’alma dell’un, si unì con l’altra a volo
E si unirono due vite in una vita.
L’un per l’altro è beato: onde non solo
Di raggi abbiam la porpora arricchita,
Ma siam nel ciel d’onor gemino polo".

I sudditi irpini cercano di compiacere la mania artistica di questo estroso e per loro incomprensibile signore genovese, e così i santangiolesi, la domenica del 1 maggio, allestiscono una commedia, la “Flaminia” di Ottavio d’Iseo. Imperiale si mostra per una volta contento dei sui sudditi, e si impegna per comporre egli stesso, lì per lì, nel palazzo di Sant’Angelo, il prologo e gli intermezzi che mancavano al testo, oltre che preoccuparsi direttamente della messa in scena, del placo, degli abiti e finanche delle musiche. Nonostante la giornata di festa, la commedia, i balli che seguirono nel suo palazzo quel giorno, Imperiale rimaneva triste e d’umor nero: un inguaribile ipocondriaco. “Io solo son quello che tra gli alleviamenti della mia corte…non posso a mio modo rallegrarmi”. Si chiude nel palazzo di Sant’Angelo dei Lombardi a leggere, a scrivere, a pensare. Torna ai suoi classici. Legge Seneca, ai suoi ammonimenti sulla “vera libertas” dell’animo che può consistere solo nella meditazione filosofica. L’assale la nostalgia della Liguria più amena, con il suo mare, la villa di Sampierdarena. Esce solitario per i campi intorno a Sant’Angelo leggendo Orazio. La malinconia trabocca ogni giorno di più: è l’anniversario della sua partenza da Genova: “Cos’ì potess’io ristampare quel vestigio che impresse la mia pianta nel partir dalla mia soglia”. 

Imperiale è vinto dalla nostalgia. Non resterà più a lungo in quest’Irpinia che lo ha così deluso, che lo ha oppresso, nonostante la primavera, nonostante le cacce. I denti gli dolgono, il freddo ancora avvolge le colline ofantine, gli affari vanno male, i sudditi sono riottosi alla sua autorità poiché non vedevano risiedere lì un feudatario da più di mezzo secolo,  non mancano liti e pettegolezzi sul suo conto, i paesi non offrono né conforti né sollevi, né svaghi.

Era passato un mese dal suo arrivo in Irpinia. L’8 di maggio del 1633 vergò l’ultimo foglio dei suoi "Giornali" nel freddo del palazzo di Sant'Angelo, la capitale del suo feudo. Il mattino dopo, di buon ora, prese la via che conduceva al più caldo sole di Napoli.