Il dibatto ottocentesco sull’economia irpina in alcune relazioni della Reale Societa’ Economica di P.U.

22.09.2012 00:00

Intorno alla metà dell’Ottocento il dibattito sullo sviluppo economico del Regno delle Due Sicilie era molto progredito e la tematica economica particolarmente sentita anche dal ceto dirigente borbonico. Fin dal 1810 operavano nel Regno le Accademie Agrarie Provinciali, poi trasformate in Reali Società Economiche con sede nel capoluogo di ogni provincia.

Dal distretto di S. Angelo dei Lombardi i primi corrispondenti furono D.Francesco Antonio Stentalis di Carbonara  e D. Lorenzo Zampaglione di Calitri.  Poi entrarono a farne parte D. Rocco De Gregorio di Lacedonia, D. Giuseppe Miele e D. Leonardo Manzi di Andretta e D. Salvatore Vitale di Bisaccia.

Dalle relazioni dei Segretari e dalla corrispondenze dei membri della Società e dei professori che ad essa facevano capo si ricavano interessanti notizie sulle condizioni economiche e soprattutto sui termini del dibattito relativo alle proposte per lo sviluppo del territorio.

Serafino Pionati, segretario della R. Società Economica di Principato Ultra, con sede ad Avellino, il 18 Settembre 1823 invia una relazione all’Intendente del Principato Ultra circa lo stato economico generale della provincia. Nella prima parte del suo scritto Pionati descrive la situazione generale dell’economia irpina. Il segretario fa qualche osservazione generica sulle malattie endemiche e sull’epidemia che nel 1817 avevano mietuto molte vittime, causando una diminuzione del numero degli abitanti, e nota che fra i poveri della provincia i 7/10 erano rappresentati da donne perché le guerre e l’epidemia avevano falcidiato soprattutto il sesso forte. Serafino Pionati fornisce all’Intendente ragguagli sull’assetto industriale dell’Irpinia mostrandosi deciso sostenitore della necessità di avviare un serio progetto di industrializzazione con l’adozione di un deciso protezionismo statale: le sue idee sono perciò in linea con il relativo sforzo che i Borboni compirono nel decennio 1810/1820 per creare un primo significativo nucleo industriale nel Regno di Napoli. Pionati lamenta l’assenza nella provincia di Avellino di manifatture “un tempo esclusivamente protette” che impiegavano molte braccia e che erano cadute con l’abolizione del feudalesimo. Ad Avellino, informa Pionati,  c’era una fabbrica di panni (la cui abolizione ora condannava molte famiglie alla povertà assoluta); ad Atripalda c’erano ancora la cartiera e le ferriere; ad Ariano e nei vari comuni lungo l’Ofanto si producevano maioliche; candele di cera a Bagnoli e tessuti di qualunque filamento e tappeti a Bisaccia; concerie di pellame a Solofra.

Il Segretario della Reale Società avellinese auspicava l’utilizzo dello zolfo del lago di Avisanto, del carbone fossile di Torella e di Guardia dei Lombardi, del ferro a Volturara, del solfato di calce ad Apollosa, a Torrecuso, ad Ariano. Ricorda inoltre che i marmi usati per la costruzione della reggia di Caserta si rinvenivano in molti luoghi dell’Irpinia, specie a Gesualdo, a Torrecuso, ad Atripalda, oltre che a Benevento. Sollecitava inoltre l’Intendente ad adoperarsi per la promozione della coltura della piante filamentose di cui la terra irpina sarebbe stata ferace, prima fra tutte la seta. Riteneva inoltre possibile e vantaggiosa l’apicoltura e riteneva necessario impiantare almeno un’officina in ciascun capoluogo per “impiegare  le braccia adesso inoperose”. La seconda parte della relazione Pionati è la più interessante. Il segretario, concludendo il suo rapporto, pone l’accento su una della cause fondamentali dell’arretratezza dell’economia agricola del Regno costituita dalla la scarsa circolazione dei capitali. Nell’osservare il rilevante incremento della criminalità ed il consenso che i banditi avevano tra la popolazione (“Molti languenti nella miseria si son dati al delitto e l’opinione della plebe li ha spesso giustificati col pretesto della necessità”), Pionati condanna decisamente l’immobilità dei capitali che i facoltosi borghesi irpini toglievano alla circolazione e al mercato: “Mentre la sgherreria - scrive Pionati - presso la classe infima della popolazione si ritiene in qualche stima perché sempre va congiunta a qualche dose di coraggio..., i facoltosi intorpidiscono nell’ozio, gettandosi inerti ne’ fondachi o nelle botteghe, ai caffè dove per dar pascolo ad uno spirito miserabile, si passa il tempo in calunniose maldicenze. Perciò le arti incoraggiate nelle province farebbero aumentare i capitali e l’ozio desterebbe così l’orrore ed il disprezzo”.

Serafino Pionati, uomo di notevole cultura e apertura mentale, aveva colto nella limitata disponibilità di capitali un aspetto fondamentale della crisi economica dello stato napoletano. In generale, nei decenni seguenti, non poche personalità della cultura del tempo rilevavano che anche nelle nazioni industrializzate, dove c’era una relativa maggiore disponibilità di denaro circolante, le condizioni sociali non erano affatto felici e che l’industrializzazione stessa era un fatto pericoloso perché recava con sé molti turbamenti all’ordine costituito, sul piano legale, sociale, dei costumi e delle abitudini di vita. Ma nel Regno di Napoli solo alcuni intellettuali più moderni  ed aperti alle tematiche economiche che venivano dibattute in Europa, quali Francesco Del Giudice e Carlo De Cesare, sostenevano con convinzione che l’incremento della produzione e lo sviluppo economico della regione erano legati anche al problema dell’assetto proprietario,  all’impiego della macchine agricole, all’intervento delle istituzioni di credito fondiario e allo sviluppo di una pastorizia moderna. Negli anni 1833-1853, nel distretto di S.Angelo dei Lombardi, il ceto colto locale solitamente si rifà ancora alle idee illuministiche di Filangieri, autore molto citato, mentre gli intellettuali della capitale, di cultura e di vedute più moderne, si rendevano conto che la via tradizionale era incapace di condurre, da sola, a risultati positivi per lo sviluppo. Nel 1853, quando ormai si era esaurito in gran parte lo slancio dell’industrializzazione voluta dai Borboni, il Reale Istituto d’incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli promosse un’indagine nel regno sulle condizioni dei diversi settori dell’economia attraverso le reali Società economiche provinciali.

Gli storici hanno sottolineato i limiti di questa iniziativa. Essi consistono, secondo Rosario Villari, soprattutto in un certo provincialismo, nella minuziosità dell’analisi dei problemi e nella occasionalità delle soluzioni e degli interventi proposti. Vennero rivolte alle Società economiche provinciali tredici quesiti, di cui nove riguardanti l’agricoltura, quattro le attività industriali ed artigiane. Le domande però erano tali da eludere il discorso sulla situazione del mercato interno, perché esso avrebbe comportato valutazioni sulla responsabilità e dell’attività del governo borbonico che intendeva invece celebrare comunque i progressi realizzati a partire proprio dalla sua restaurazione nel 1815.

Informazioni sulle condizioni dell’economia in Irpinia e sui problemi che travagliavano quest’area nel decennio che precedette l’Unità italiana si hanno ancora dalle relazioni dei soci corrispondenti della R. Società Economica. Una di queste del 25 Maggio 1854 sullo stato economico della provincia, stilata da Fiorentino Zingarelli rappresenta un ottimo termine di paragone per la verifica dello stato economico irpino trent’anni dopo l’analisi fatta da Serafino Pionati. La relazione Zingarelli non fa più menzione di molte fabbriche esistenti al tempo di Pionati che sono evidentemente scomparse o che avevano di  molto ridotto la loro attività (tra cui le fabbriche di tessuti di Bisaccia)  mentre parla di piccole quantità di marmo (il “gref”) estratto anche a Lacedonia. I ritardi accumulati sono ormai notevoli. L’industrializzazione si era arrestata e  l’agricoltura rimaneva il primo settore produttivo. Non si parlò più di circolazione di capitali e di industrie antiche da proteggere, di nuove fabbriche da insediare almeno nei centri capoluogo, come aveva sostenuto Pionati trent’anni prima, e come pure in qualche misura i Borboni avevano cominciato a fare, attirando uomini e capitali stranieri nelle province meridionali soprattutto intorno a Napoli e a Salerno.

In un altra relazione del professore di agricoltura Giuseppe Domenico Cestoni “Sulla utilità ed importanza di apprendere la scienza agraria” del 30 maggio 1853 ritornano ancora idee filangeriane, senza però superare una generica astrattezza teorica (agricoltura, arti e commercio sono viste come i tre momenti di accrescimento sociale che corrispondono a materia, forma e moto). Il ragionamento sillogistico del professore Cestoni risulta tanto perfetto nel suo schematismo teorico quanto inefficace sul piano pratico: “Lo Stato è nella diretta delle ricchezze e nell’inversa dei bisogni. Le ricchezze sono nella continua dei prodotti. I prodotti sono della diretta della coltura. La coltura è nella diretta del territorio e delle popolazioni. Adunque si aumenti e si perfezioni la coltura per aumentarsi i prodotti, accrescere le ricchezze e la floridezza dello Stato e diminuirsi i bisogni” . Il corpo centrale del suo ragionamento si riduce ad una esaltazione della virtù morale dell’attività agricola, con abbondanti ed inutili richiami alla mitologia, alla storia antica e alla precettistica biblica (vengono citati di continuo Cerere, Cecrope, Osiride, Varrone, Cincinnato, Saul, il libro del Genesi).

Alcuni passaggi assumo toni da panegirico: “L’agricoltura solleva e fa lieto lo spirito, procura le utilità bisognevoli per la vita e corrobora la sanità del corpo. Civilizza i popoli, dolcifica i costumi, menoma i reati e cresce sudditi virtuosi e fedeli al Sovrano. Le cure che l’agricoltore sa riporre nella coltivazione del suo campo lo inebriano di un ardente amore di sempre più migliorarlo e lo distraggono da quell’ozio che gli procura le viziose abitudini”. Il professore Cestoni si sofferma poi a discutere della natura degli ostacoli che, “come obici che ne ritardano i passi”, si oppongono alla prosperità dell’agricoltura. Uno di essi è costituito dalla “troppa cupidigia di ingrandire i poderi, congiunta con l’avidità di volere molte terre coltivare”: questa che potrebbe essere la condanna del latifondismo si stempera però subito nella citazione moralistica dei versi di Orazio relativi alla cupidigia di un agricoltore che vuole accrescere l’estensione delle sue terre. Le maggiori responsabilità del mancato progresso dell’agricoltura in Irpinia sono invece attribuite dal Cestoni ai contadini stessi: imperizia, svogliatezza, pigrizia nell’apprendere l’arte di ben coltivare, pervicacia nel non voler correggere le “erronee pratiche, il non cangiar sistema per migliorarne un altro, l’immoralità dei coltivatori d’onde succedono ladronecci e frodi, guasti e danni alle campagne”. Infine nella relazione sono elencati altri motivi, più seri, che coinvolgevano anche responsabilità governative: mancanza di strade interne, pastorizia errante e antiquata, distruzione dei boschi e inoperosità nel riprodurli, abuso nei dissodamenti, coltivazione dei luoghi in pendio, mancanza di argini ai torrenti e ai fiumi, mancanza di “disseccamenti delle acque stagnanti”, incuria nel chiudere i poderi, difetti di concimazione, pigrizia nel raccogliere ed utilizzare le acque per l’irrigazione, “inespertezza” di conciliare l’agricoltura con la pastorizia, “il consumo smodato di prodotti senza far risparmio e tanti altri mali topici, fisici e morali”.

Per l’Alta Valle dell’Ofanto si determinò presto, a partire dal 1830 il deteriorarsi dell’attività economica generale con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Il ceto colto irpino, a parte l’opera di pochi uomini di cultura moderna, in generale non fu in grado di elaborare idee e progetti adeguati ad uno sviluppo moderno, mentre si sprecavano gli elogi della moralità dell’agricoltura, spesso in versi di fattura neoclassica. Le proposte politiche “per sbandire la miseria dal Regno” furono poche, isolate, velleitarie. L’élite patrimoniale locale cercherà il proprio tornaconto quasi esclusivamente con la  via dello sfruttamento “capitalistico” del demanio che le leggi napoleoniche avevano posto nelle sue mani. Il dibattito su agricoltura e industria in Irpinia durerà oltre un secolo senza produrre mai risultati decisamente significativi. Nel Novecento, a parte le migliori rese agricole ottenute grazie ai progressi tecnologici e il tardivo  ed inadeguato  sviluppo di alcuni nuclei industriali, legati però perlopiù alla vicenda tangetizia degli anni ’80, solo l’emigrazione e la  terziarizzazione dell’economia ha consentito una parziale soluzione della secolare crisi della regione dell’Alta Irpinia.
Le prospettive future tuttavia continuano a rimanere oscure ed incerte.


Agosto 1996