Il bosco di Pietrapalomba ad Aquilonia. Profilo storico

22.09.2012 17:38

Il bosco di Pietrapalomba si estende da una collinetta che sovrasta il ponte d’età romana sull’Ofanto, Pontaufidus (o pons Aufidi), detto oggi ponte “di pietra dell’Oglio” (o “di pietra dell’Olio”), di contro alla pendice meridionale del Vulture, fino alla riva si-nistra del fiume, dove sorge lo scalo ferroviario di Aquilonia, l’antica Carbonara.

Esso confinana col tenimento di Monteverde, con l’ultimo tratto del torrente Osento, che divide il bosco di Pietrapalomba da quello di Sassano, e col fiume Ofanto.

Il toponimo probabilmente deve essere posto in relazione col termine palumbus, “co-lombo”, e potrebbe indicare la presenza nella località di una costruzione con una torre in funzione di colombaia, con fori nei muri per il passaggio dei colombi. Pietrapalomba si-gnificherebbe così “torre delle colombe”. Pietrapalomba comunque potrebbe esser an-che in relazione con palumbarius, una sorta di falcone predatore di colombe: ipotesi at-tendibile perché si hanno testimonianze della presenza in età angioina di una ricca fauna volatile nella zona, costituita in gran parte da uccelli rapaci della razza degli avvoltoi (vultures).1

Il bosco è oggi l’unica sopravvissuta delle estese proprietà demaniali del comune di Aquilonia. Nell’antichità Pietrapalomba era un castrum fortificato indipendente da Car-bonara, uno dei tanti che in area lucana e campana sono poi scomparsi durante il Basso Medioevo come centri abitati. Tra l’intricata fratta del bosco, su una collinetta a ridosso dell’Ofanto, sono ancora visibili pochi ruderi di una costruzione in muratura, segno del-la presenza di un antico fortilizio intorno al quale si era sviluppato l’insediamento vica-nico di Pietrapalomba.

Situato a poca distanza da Carbonara-Aquilonia, sulle basse alture della valle in cui scorre l’Ofanto, il castrum di Pietrapalomba rappresentava un centro strategicamente importante lungo la via di comunicazione per le Puglie, ancora più importante di Carbo-nara stessa dal punto di vista strategico.
Esso è citato per la prima volta nelle fonti medievali dell’XI secolo. Lo storico Pietro Diacono ricorda come questo castrum fu distrutto, insieme a Carbonara, dal principe normanno Roberto il Guiscardo, durante la rivolta antinormanna del 1078. Successiva-mente fu poi portato in dote a Girolama di Cairano e a Guglielmo Gradilone.2

All’epoca della dinastia sveva Pietrapalomba figura come feudo di quattro militi. Si ha notizia di un Roberto, feudatario di Pietrapalomba, nel 1230.3
Morto Federico II, tramontati gli splendori della dominazione sveva con la sconfitta di Manfredi, gli insediamenti di Carbonara e di Pietrapalomba seguirono le sorti del re-gno meridionale rimanendo assoggettate ai nuovi signori angioini.

Al diffondersi della notizia della discesa in Italia dell’ultimo erede degli Hohenstau-fen, Corradino, il castrum di Pietrapalomba insorse nella generale sollevazione delle cit-tà e dei casali delle campagne meridionali. Tra i capi della rivolta vi fu anche il feudata-rio di Pietrapalomba, il tedesco Enrico. Alla sommossa aderirono anche Venosa, Lavel-lo, Montemilone, Spinazzola, Garagnone, i conti Pietro e Guglielmo di Potenza e quasi tutta la Basilicata, ad eccezione della Val’d’Agri, feudo dei Sanseverino, che erano tra-dizionali nemici degli svevi 4. La vicina Carbonara, invece, e Bisaccia si mantennero fedeli a Carlo d’Angiò.
La triste fine di Corradino, sconfitto a Tagliacozzo e decapitato a Napoli, segnò il de-finitivo tramonto delle speranze ghibelline e la condanna a morte dei ribelli. Enrico di Pietrapalomba e gli altri capi della rivolta, che si disponevano a continuare una lotta senza speranze, l’anno seguente, nel 1268, vennero catturati con l’inganno a Corneto e uccisi. I castra e i vari casali tra l’Ofanto e la montagna del Perno subirono le ritorsioni più gravi, e tra questi anche Pietrapalomba che, nel 1268, venne distrutto e raso al suolo.

Nel 1271 Pietrapalomba, ridotta ad un ammasso di rovine, venne concesso in feudo ad Hevreo de Chevreuse (Erveus de Caprosia), insieme a Monteverde, Lacedonia, Rapolla, Cisterna, Rocchetta e Balvano, con il modesto valore di 15 once.6 La curia an-gioina incamerò tutti questi beni quando Hevreo non rientrò dalla Francia nel termine stabilito dal sovrano, ma nel 1275 li riottenne.7

Nel 1278 il castrum di Pietrapalomba era ormai dirutum in lapide. Privo di abitanti venne concesso a Colin de Chanson, dal momento che Hevreo de Chevreuse era morto senza eredi, in pheudum nobile de servitio unius militis et ad rationem de unciis auri vi-ginti.8

La signoria di Colin de Chanson fu senz’altro più dura di quella dello svevo Enrico e di Hevreo de Chevreuse. Appena qualche mese dopo la sua investitura su Pietrapalomba l’Abate del vicino convento di Monticchio il 1 Agosto 1278, ricorse al re contro i conti-nui soprusi e le violenze che questi commetteva, chiedendo al sovrano provvedimenti immediati contro il feudatario di Pietrapalomba che non aveva ritegno nel recare offese, molestre e malmenare i vassalli del monastero, rubando anche loro animali, frumento e “alia victualia”. 9

Nel 1292 Pietrapalomba, evidentemente rimasta senza feudatario, venne occupato senza consenso del sovrano da una Margherita de Grandinato, insieme al “casale” di Cairano. 10

Intorno a questi anni il “castum” di Pietrapalomba insieme a quelli di Cisterna, Ca-stiglione della Contessa e a quelli più distanti della valle di Vitalba e del territorio intor-no a Venosa e Rapolla, cominciano a decadere, finche molti scomparvero definitiva-mente come centri abitati, coprendosi di fitta boscaglia. Nella maggior parte dei casi l’abbandono è dovuto all’insicurezza dei luoghi, sempre più soggetti ad incursioni e scorribande di corsari, alla progressiva perdita dell’antico valore strategico, al rapido diffondersi della malaria per i centri che sorgevano in zone basse e paludose.11

Per tutto il XIV sec. non si hanno più notizie precise di Pietrapalomba. Alla metà del XV sec. il castello di Pietrapalomba, ormai diruto, con tutto il territorio circostante di sua pertinenza, coperto di fitta vegetazione boschiva, entrò a far parte dei beni feudali famiglia Orsini di Venosa, insieme al casale (questo invece abitato) di Carbonara. 12

Da questa data in poi Pietrapalomba non ebbe più una vita amministrativa ed econo-mica “autonoma”, ma divenne un “territorio” di pertinenza della pur lontana cittadina di Carbonara.

Scarse notizie si hanno delle condizioni del bosco per il Cinquecento e il Seicento. Perduti i “Capitoli” municipali di Carbonara, del XVI sec., fonte preziosa per la rico-struzione di una storia del territorio, si può solo supporre, da testimonianze indirette, che il bosco fosse lasciato al libero sfruttamento dei cittadini di Carbonara per la raccolta del legname da fuoco e da costruzione, e per il pascolo degli animali, in base agli usi civici largamente praticati anche in altre tenute limitrofe che, almeno in teoria, non erano su-scettibili di un libero uso in quanto di pertinenza della corte feudale.
I contrasti tra i cittadini circa la proprietà e le modalità di utilizzo del bosco di Pie-trapalomba cominciarono a sorgere agli inizi del Settecento. Il contrasto ruotò intorno alle pretese del feudatario di introdurre nuovi balzelli e di limitare il tradizionale eserci-zio degli usi civici da parte dei cittadini dell’Università nei demani di Pietrapalomba e di Pescodirago.


Per contrastare le pretese del principe di S.Angelo, enunciate e respinte una prima volta con una delibera del parlamento dell’Università del 25 Ottobre 1739 13, l’Università di Carbonara presentò una supplica al Sacro Regio Consiglio il 5 Maggio 1740 con la quale chiedeva che l’autorità governativa intervenisse per far rispettare il diritto dei cittadini di tagliare e raccogliere legna , di procurarsi tutti i travi e i pali di le-gno di cui aveva bisogno per le costruzioni, di raccogliere erba e ghiande nei territori di Pietrapalomba, Pescodirago e Mattina che a suo giudizio erano tutti indistintamente de-maniali.

L’Università di Carbonara presentò il 7 Marzo 1743 alcuni “articoli probatori” con cui intendeva dimostrare che da sempre era stato concesso ai cittadini di raccogliere ghiande e sfruttare il legname dei boschi di Sassano, Pescodirago e Pietrapalomba senza corresponsione di alcun canone alla camera baronale, esprimendo le sue lagnanze per la violenza con cui il principe di S. Angelo cercava di imporre un nuovo regime all’utilizzo di tutti questi territori di Carbonara, procedendo ad arresti e riuscendo, già in anni addietro, in qualche caso a farsi corrispondere un canone annuo di grana 15 per “la fida del legnare”.14
Nonostante l’Università possedesse altri demani sui quali il feudatario non aveva al-cun diritto da far valere (Mezzana, Accinto e Montarcangelo), tuttavia per legnare non poteva servirsi di altri boschi che quelli di Pescodirago, Sassano e soprattutto quello di Pietrapalomba.

L’Università di Carbonara ed il feudatario si accusarono reciprocamente di devasta-zione dei boschi con taglio indiscriminato di alberi fruttiferi ed infruttiferi, di immissio-ne al pascolo di migliaia di pecore in questi territori. Il principe reclamò per i numerosi abusi che a suo dire i carbonaresi commettevano nelle difese tagliando alberi di ogni ti-po e immettendo al pascolo ogni sorta di animali.15
Nell’ultimo trentennio del secolo si fece particolarmente acuta la controversia sul di-ritto di nomina dei guardaboschi nel demanio di Pietrapalomba e negli altri limitrofi.

Dopo nuovi decreti del Sacro Regio Consiglio e altre opposizioni del feudatario, l’Università riuscì a stabilire di fatto il controllo del territorio nonostante il divieto im-postogli dal Sacro Regio Consiglio di nominare guardiani.
Agli inizi dell’Ottocento le leggi eversive della feudalità e la cosiddetta “divisione in massa” delle terre demaniali risolsero definitivamente i contrasti tra l’Università di Car-
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bonara e il feudatario per il controllo e la gestione del bosco di Pietrapalomba come di tutte le altri tenute boschive in senso favorevole alla borghesia locale.
Risalgono a quest’epoca le prime misurazioni, più o meno accurate dell’estensione del bosco, e le prime stime della consistenza del suo manto boschivo.
Dai documenti d’archivio risulta che ai primi dell’Ottocento il bosco di Pietrapalom-ba misurava 1461 moggia ed era folto di 32.468 piante, per un un valore complessivo di 49782,40 ducati.
Sorsero i primi violenti contrasti tra il nuovo ceto borghese che guidava l’amministrazione comunale e i braccianti privi di terra che reclamavano a più riprese, e spesso con tumulti anche sanguinosi, la spartizione delle terre ex-feudali, tra cui anche quelle di Pietrapalomba che avrebbero voluto disboscare e ridurre a coltura. La strenua opposione dei latifondisti locali, che se ne servivano per esercitare a basso costo l’industria pastorizia, impedì che il bosco fosse quotizzato, come avvenne invece per le altre tenute ex-feudali.

Per tutto l’Ottocento però il taglio dei boschi comunali, e quindi anche di quello di Pietrapalomba, divenne il mezzo utilizzato più di frequente per ristorare la finanza loca-le.
Già nel 1873, mentre si stava realizzando la prima quotizzazione di terreni nella con-trada Mezzana, fu approvato un primo taglio, in sei sezioni, del demanio boscoso di Pie-trapalomba, a stento sottratto alla quotizzaizone, di ben 21.700 piante “cariate, decrepi-te, capitozzate” (nelle zone Valle Canneto, Piano del Ponte, Piano di Fonti, Pila dell’Olmo, Pozzomarina e Piano di Mezzo). Dieci anni più tardi, nel 1883, nella stessa tenuta, l’amministrazione comunale deliberò il taglio di 600 piante e, nel 1884 di altri 3600 alberi. In quest’occasione si tornò alla pratica di trasformare localmente il legname ottenuto dal taglio delle piante in carbone. Furono stabilite le condizioni per il taglio delle piante da ridurre a carbone nel tempo in quattro anni e furono costruite le apposite carbonaie. Nel 1885 il legname del bosco aquiloniese fu acquistato da un Alberto Sarco-li, di Massa Marittima (Grosseto), per la somma di £ 14646 (corrispondenti a circa ot-tantadue milioni di lire attuali), che avrebbe dovuto ridurlo a carboni in loco. 16 Tutta-via, poiché da molto tempo non si praticava più ad Aquilonia la carbonizzazione del le-gname, non esistevano più nel bosco di Pietrapalomba “piazze antiche” da utilizzare per ridurre il legname a carbone. Furono individuati degli spazi aperti per l’installazione di 141 aie per la carbonizzazione delle 3600 piante vendute, su una superficie totale di 400 ettari (un’aia ogni tre ettari circa di terreno).17


Ancora nei primi anni del Novecento, si deliberò il taglio almeno degli alberi, alme-no di quelli detti “capitozzati”, ossia decrepiti, sia a Pietrapalomba che a Montarcange-lo, senza tenere conto che la rapida successione dei tagli praticati negli ultimi decenni rischiava ormai di danneggiare irrimediabilmente il patrimonio forestale comunale.
Il patrimonio boschivo comunale aveva subì dunque durante tutto l’Ottocento un for-tissimo ridimensionamento. Le foreste aquiloniesi vennero quasi interamente distrutte e per le estese quotizzazioni demaniali e per i continui tagli indiscriminati di alberi, a cui si aggiunsero negli stessi anni, i frequenti incendi, perlopiù dolosi, appiccati dai brac-cianti esasperati per la riluttanza e le tergiversazioni degli amministratori e dei funziona-ri nel condurre le pratiche di quotizzazione. Tra il 1863-1882, negli anni cruciali delle grandi quotizzazioni, ad Aquilonia si contano una decina di reati di incendio dei boschi demaniali. Essi erano così ricorrenti in questo periodo, non solo nel meridione d’Italia, che si giunse a ritenere che erano un atto di lotta politica.
Il disboscamento massiccio costituì inoltre un grave colpo alle basi dell’economia contadina che ad Aquilonia come in quasi tutto il Mezzogiorno era ancora un economia seminaturale. In genere, in tutta Italia, il disboscamento aveva assunto proporzioni cata-strofiche dopo l’Unità e si è calcolato che verso il 1890 erano stati distrutti, per diverse ragioni, oltre due milioni di ettari di bosco, con gravi conseguenze anche sull’assetto i-drogeologico dei suoli, particolarmente acute in Calabria, Basilicata e in dell’Alta Irpi-nia.
Una precisa descrizione della situazione del storica del bosco di Pietrapalomba la si può ricavare dai numerosi verbali delle “ispezioni” forestali che vennero tra il 1870 e il 1890, in cui più pressanti erano le richieste dei contadini per una divisione generalizzata di tutto il patrimonio demaniale del comune di Aquilonia. Da un documento di archivio di questo tipo (una relazione di un Ispettore forestale del Distretto di S. Angelo dei Lombardi) possiamo avere una fotografia delle condizioni del bosco alla data del 16 Luglio 1890.
Il bosco di Pietrapalomba è situato nel territorio comunale di Aquilonia nella contrada omo-nima. E’ riportato in catasto sotto i n.i 74 e 75 per la estensione di Ea. 491.
Confina per tutto il lato Est e parte di quello Nord col fiume Ofanto, nella rimanente parte del lato di Nord confina con terreni sativi dei fratelli Vella e bosco del Barone Sangermano; all’ovest e al Sud confina col torrente Ausento.
La terra del Pietrapalomba è un composto di argilla e silice a ciottoli, ossia un agglomera-mento di seconda formazione. Il terriccio vi è scarsissimo e in vari punti la roccia arenacea, che ne forma l’ossatura, si manifesta alla superficie. La profondità quindi è pochissima in generale ed è anche poca la umidità.


Il bosco presenta una configurazione variata in rapporto delle colline che si staccano tra loro, mercé superficie pianeggianti più o meno in confronto dei versanti offrono un maggior de-clivio.
Il pendio delle zone pianeggianti e dai gradi 5 ai 8; quello dei versanti e della mezza costa è di gradi 15 a 25; nei punti culminanti poi il pendio raggiunge il 35.mo grado.
L’altitudine di Pietrapalomba, misurata col barometro - aneroide, risultò di 400 metri sul ma-re e si 20 sul fiume Ofanto. In quel terreno arido non si manifestarono sorgenti di sorta, vi si scorge però qualche accenno di franamento. E’ solcato il bosco da vari burroncelli che hanno origine nel fondo stesso ed in varie direzioni convergono parte nell’Ausento e parte nell’Ofanto, ricevendosi questo fiume anche le acque ingrossate dell’Ausento.

L’Ofanto ha la larghezza media di metri 75 e gli alvei molto tortuosi e corrosi. L’Ausento poi ha la larghezza media di metri 10 e gli alvei pur tortuosi ma meno corrosi di quelli dell’Ofanto, il quale riceve le acque dell’Ausento dopo brevissimo percorso.
Il bosco Pietrapalomba è popolato di cerri, che ne formano l’essenza principale, e poche querce sparse, governati ad alto fusto, e l’alboratura osservasi in buono stato di foltezza, non così per la vegetazione. Eseguita le opportune ed utili verificazioni della intera località, ed avendo riguardo all’altitudine, alla natura e pendenza del terreno, alla sua destinazione e alle condizioni in cui trovasi, la commissione è venuta per considerare:

Che il bosco Pietrapalomba dista dall’abitato di Aquilonia circa 15 chilometri ed è circonda-to ad Oriente e settentrione dal fiume Ofanto e dagli altri lati dal torrente Ausento, il quale nello inverno si rende inaccessibile e talvolta a anche pericoloso,
Che il terreno in generale arido ed ingrato non si presta alla coltura agraria, e disboscandosi e dissodandosi provocherebbe certi franamenti, per altro in qualche punto già accennati, che attualmente sono scongiurati dalla saldezza del terreno,
Che pur volendosi secondare le aspirazioni dei richiedenti, intervenuti nella verifica, di per-mettere il dissodamento delle sole superficie pianeggianti, si avrebbero tanti capi tagliati, e la scomparsa del bosco per ragioni ovvie, non sarebbe lontana;
Che buona parte degli abitanti si Aquilonia esercita anche l’industria pastorizia.
Il bosco rimase così integro nella sua consistenza “storica” fino alla chiusura della questione demaniale all’epoca del governo fascista. Nel 1934 il Commissario Liquidato-re incaricato, dichiarando chiusa tutte le questioni demaniali nel Comune di Aquilnia, sanzionò l’estensione definitiva del bosco, calcolata dai periti in ettari 410.64.60, con una perdita, dovuta agli espropri per la costruzione dello scalo ferroviario di Aquilonia, di soli ettari 1.48.83 rispetto all’estensione originaria (calcolata nel 1810, al tempo dell’eversione della feudalità, in 412.13.42 ettari). Della intera superficie furono desti-nati al pascolo solo ettari 31.14.00; i rimanenti 379.50.60 furono lasciati vincolati a bo-sco.
Nei decenni seguenti il bosco di Pietrapalomba non fu interessato dai provvedimenti legati alla rifeorma agraria degli anni ’50 ed è perciò rimasto integro nel patrimonio comunale fino ad oggi, solitamente concesso in affitto per periodi più o meno lunghi per il pascolo del bestiame.
 

 

NOTE

1 Dizionario di toponomastica, cit. , p. 471 (s.v. “Palombara”). Bisogna inoltre ricordare l’esistenza nella zona di un antico centro sannita denominato “Palombinus” e ricordato da Livio nella sua opera storica; oggi viene identificato con un’altura detta “Torretta della Cisterna”, nel territorio i Melfi: anche qui c’è un legame con l’elemento della “torre”; cfr. N.Fierro, op. cit., p. 42. La presenza di numerosi avvoltoi nel circondario di Carbonara è documentata dalle fonti an-gioine. Cfr. I registri della cancelleria angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri , Napoli, 1961..., vol. XXV, p. 96, n° 30.
2 T.Pedio, Centri scomparsi in Basilicata, Venosa, 1985, s.v. “Pietrapalomba”.
3 Questo Roberto di Pietrapalomba è citato tra i testimoni di un atto testamentario di un Guglielmo di Bisaccia, signore di Monteverde, del 30 Settembre 1230. Cfr. F. Scandone, L’alta Valle dell’Ofanto, Avellino, Tip. Pergola, vol. I, pp. 215-217 e N. Fierro, art. cit.
4 Le vicende relative alla rivolta antiangioina del 1267 sono narrate da G. Fortunato, i cui scritti di storia locale sono sta-ti in gran parte raccolti e pubblicati nell’opera Feudi, Badie e Baroni della Valle di Vitalba, a cura da T. Pedio, Mandu-ria, 1968. Particolarmente interessanti per noi sono La Badia di Monticchio , Trani, 1904 (rist. anast., Venosa 1985 , e inserita ora nel I vol. di Feudi, Badie, Baroni, cit., senza però l’appendice documentaria, presente nell’edizione del 1904 e nella ristampa anast.) e Riccardo da Venosa e il suo tempo, Trani, 1918 (rist. anast.. Venosa 1983, p. 56 sgg.). Cfr. inoltre Per la storia della Basilicata nella seconda metà del XIII sec. in Feudi, Badie, Baroni, cit., vol. III, p.124 sgg. e Santa Maria di Perno, in Scritti vari, p.45.
5 La storia della rivolta antiangioina e della miserabile fine degli insorti, tra cui il tedesco Enrico di Pietrapalomba , è narrata nell’opera dell’umanista Pandolfo Collenuccio Compendio de le istorie del Regno di Napoli, a cura di A.Saviotti, Bari, 1929:
“Corneto, piccolo castello di Capitanata, soggetto ad una abbazia di monachi negri egli, rebellò ne la venuta di Corradi-no e diede li cavalli, che aveva, de’ francesi in mano a li amici di Corradino. Ora vinto Corradino, per ricoprire il fallo con altro maggiore, fece in questo modo. Erano ad Ascoli di Puglia Piero conte di Belmonte e Ruggero di Sanseverino, condottieri di Carlo mandati per domare i ribelli; i cornetani sapendo che volevano venire a trovarli e vedendosi a mal termine, chiamarono aiuto da’ quelli baroni che erano stati capi de la ribellione, offrendogli la terra comoda e piena di vittuaglie e il favor suo a la lor difesa. Parendo a questi baroni la terra comoda accettarono i baroni l’invito, e messisi insieme tutti li primi e migliori, tra’ quali furono Roberto di Santa Sofia ed Errico di Pietrapalomba todesco, entrarono in Corneto, dandosi a preparare tutte le cose opportune per la difesa. Come furono a tavola per cenare, levatesi li corne-tani in armi secondo l’ordine che lor fu dato, li presero e ligorno (eccetto alcun pochi che fuggirono) e li presentarono nudi a’ condottieri di Carlo. Furono lì presi cento e sei, de’ quali cento e tre furono impiccati lì, li altri tre furono man-dati a Melfi e lì decapitati”. ( Op. cit., Libro IV, p.168).
6 Cfr. I registri della cancelleria angioina, cit. vol. II, p.263, n° 118: “Die XIV februarii XIV ind. 1271 apud Fogiam. Concessa sunt Hevreo de Caprosia et haeredibus etc. ad valorem unciarum auri CCC vid. : Mons Viridis pro unciis L., Laquedonia pro unc. L., Rapolla pro unc. C., Cisterna pro unc. XXX., Roccetta pro unc. LX., Balbanum pro unc. XX., Petra palumba pro unc. XV., (Reg. 7, f. 101)”
7 Cfr. I registri della cancelleria angioina, cit., vol. XII, p.65, n°185 (“mandat ut terre Montisviridis, Laquedonie, Roc-cette et Balbani pheuda Ervei de Caprosia revocentur ad manus R.Curie, quia praed. Erveus, morans in Francia, non ve-nit in Regno ad prestandum fidelitatis iuramentum”. L’apprezzo dei feudi revocati ad Erveus indica anche i “corpi” che componevano Lacedonia: banco di giustizia, bucceria, cambio, forno, plateatico, bandi, forfatture, fide, terraggi, opere dei mietitori, con un reddito di 25 once d’oro annue (Cfr. I registri..., cit. , p. 66, n°112).
8 Cfr. I registri della cancelleria angioina, vol. XIV, p.115, n°60. Il documento di infeudazione, datato 22 Aprile 1278, era già stato pubblicato da G.Fortunato in Riccardo da Venosa e i suoi tempi, cit. p. 128 sgg. Cfr. appendice documen-taria, p.
9 Cfr. G.Fortunato, La Badia di Monticchio, cit., p. 375 (doc. IX). Cfr. Appendice documentaria, p. 106
Si ha notizia di un mandato della curia angioina a Colin de Chanson relativo ai vassalli della sua terra di Pietrapalomba: cfr. I registri della cancelleria angioina, cit., vol. XXIV, p.50, n°257.
10 Cfr. I registri della cancelleria angioina, cit., vol. XXXVIII, p.236, n°758; cfr. anche Appendice documentaria, p.
11 Cf. T.Pedio, centri scomparsi della Basilicata, Venosa, 1985.
12 Cfr. T. Pedio, Cartulario della regione del Vulture, in Badie, feudi, baroni, cit. vol. III, p.254. Inoltre T.Pedio, centri scomparsi della Basilicata, cit., (s.v. “Pietrapalomba”) e J.Mazzoleni, I regesti della cancelleria aragonese,
13 ASA, Atti demaniali 19,105, p. : “Da lunghissimo tempo, da più centinaia d’anni che non è memoria in contrario che la Università e cittadini di questa Terra hanno in pacifico possesso posseduto li jussi, ragioni ed azioni nelle difese denominate Sassano , Pesco di Rago e Pietrapalomba di far travi e scandole per uso di loro masserie, pali per le vigne e le legne per uso di fuoco, di raccogliere ghiande e foglie. Presentemente nel governo e possesso di detta terra della feli-ce memoria dell’Eccellentissimo Principe D.Giulio Imperiale sono stati de facto e violentemente, con seguire a carce-razioni, e spogliati, a riserba del jus delle ghiande e foglie, di tutti li altri jussi e ragioni, di far travi, tavole, scandole, pali e legna, con farli pagare al quanti plurimi a chiunque loro necessitano, col privarli alle volte delle ghiande con por-tarci al pascolo di detta difesa animali neri”.
14 ASA, Atti demaniali 19,105, p.47-49 . Cfr. Appendice documentaria
15 ASA, Atti demaniali 19, 105, pp. 53-57. Cfr. Appendice documentaria
16 L’asta di aggiudicazione, sulla base di un apprezzo di £ 16348 (corrispondenti a circa novantadue milioni di lire attua-li) fatto dall’Ispettore forestale, era andata deserta per ben quattro volte. In trattativa privata il comune respinse l’offerta di un Francesco Liberti di Rionero (£ 12000) e di altri, accettando quella di Alberto Sarcoli. In un primo tempo le piante erano state valutate, con sovrastima, ben 23500 lire.
17 Fu poi necessario però ridurre a 37 il numero delle aie che ogni anno potevano essere usate per la carbonizzazione del legname, per non pregiudicare gli interessi dell’affittatore del bosco, il sig. Tozzoli di Calitri. ASA, Prefettura, Affari Generali, Inventario 8°, b. 33, fasc. 459.