I liberali di Aquilonia e Monteverde nel Risorgimento italiano

22.09.2012 17:59

1. I moti del 1820-21

Le origini del partito liberale a Carbonara, oggi Aquilonia, sono legate, come in tutta l’Irpinia e nel regno di Napoli in generale, alla vicenda politica del decennio napoleonico. Idee riformiste, liberali, costituzionali si diffusero nei primi anni dell’Ottocento a Carbonara, unitamente all’avversione per il regime borbonico Con la sua rigida struttura fatta di “baracche”, “vendite”, “vendite madri”, “alte vendite”) ed il suo simbolismo, la sua ferrea disciplina derivata, secondo alcuni, da modelli gesuitici  , anche in Irpinia la Carboneria reclutava i  suoi esponenti tra gli ufficiali ed i sottufficiali dell’esercito e soprattutto, come accadde a Carbonara e in altri paesi tra gli impiegati pubblici.

A Carbonara è documentata la presenza di due “vendite” carbonare, “La vera unione del lucido carbone” e “Aquilonia risorta”. Nella denominazione della prima ricorre il simbolismo stesso della Carboneria (con le sue figure di “buoni cugini” “carbonai”, “boscaioli”, ecc.) e nel riferimento al carbone si legge una chiaro riferimento al nome stesso del piccolo paese irpino (Carbonara appunto), la denominazione della seconda setta fa riferimento all’antica Aquilonia sannitica, la cui esatta ubicazione da oltre due secoli aveva alimentato in Alta Irpinia una querelle tra gli eruditi locali dei vari paesi del circondario. Possiamo osservare subito come il cambiamento di nome del paese da Carbonara in Aquilonia, cambiamento imposto nel 1860  per cancellare la memoria della reazione popolare antiliberale ed antiunitaria, abbia esteso all’intera comunità del piccolo paese proprio il nome dell’antica “vendita” carbonara locale, il nome di un partito politico. La definitiva vittoria politica della fazione che per decenni aveva tessuto localmente le trame politiche del liberalismo non poteva avere una maggiore e più netta visibilità. Del resto già prima dei tragici eventi del 1860 e del conseguente cambio di denominazione del paese, il simbolo e l’idea di “Aquilonia risorta” erano diffusi in paese, se è vero, come si legge in una relazione del vescovo Fanelli del 1858, quindi ben quattro anni primi del cambio ufficiale della denominazione del centro abitato, nella chiesa madre, giuspatronato dell’Università, figurava sul tradizionale stemma comunale con i carboni fiammanti la menzione dell’Aquilonia Universitari quale ente responsabile del restauro. 

I liberali del paese denominarono la loro vendita “Aquilonia risorta” per una ragione ideologico-culturale. I primi anni dell’Ottocento sono gli anni, infatti, in cui si diffonde nella cultura italiana, in particolare nella storiografia,  una certa tendenza ad esaltazione ideologicamente le antiche popolazioni italiche come fiere avversarie di Roma e del suo programma imperialista. Gli scritti, ad esempio, dello storico livornese Giuseppe Micali  , diffusi in tutta la penisola, oltre ogni equilibrio, esaltano incondizionatamente secondo il canone dell’etnografia patriottarda, le vicende storiche, il ruolo, l’importanza delle genti che abitavano l’Italia prima del dominio di Roma: i Sanniti, gli Opici, i Lucani. Queste popolazioni divennero in una certa misura il simbolo ideologico di una lotta politica della “libertà” contro l’”oppressione”: una  libertà idealizzata, per niente storica, di antiche e bellicose popolazioni irpine, assurte in quegli anni a mito della lotta di libere genti contro l’oppressione tirannica di Roma. Sono gli anni in cui il cesarismo napoleonico viene avversato in tutti i campi della cultura ufficiale. Nella piccola, oscura Carbonara irpina, che ai primi del Seicento Cluverio, fondatore della geografia storica, aveva erroneamente indicato come la moderna erede della grande Aquilonia irpina, i liberali locali si sentirono eredi degli antichi e fieri Sanniti che lottavano per la loro libertà contro l’oppressione romana, così come essi stessi al presente lottavano per l’ideale di libertà contro l’oscurantismo politico dei borboni: a Carbonara nella setta “Aquilonia risorta” si raccolsero le suggestioni ideologiche di Giuseppe Micali e la vendita carbonara del paese divenne così il punto di raccordo delle nuove idee politiche dei più colti esponenti della borghesia locale che negl’anni Venti dell’Ottocento aveva fatto della libertà e dell’opposizione al regime borbonico il proprio programma di lotta politica. Un analogo culto dell’antichità anima i protagonisti delle sette liberali di Monteverde, dove la locale vendita si chiamava “I guerrieri di Marte”, e di San’Angelo dei Lombardi, dove è documentata la presenza della setta dei “Nuovi Deci sull’Ofanto”.

A Carbonara, come negli altri centri irpini, protagonisti delle sette locali furono giovani esponenti delle nuove famiglie che aveva realizzato la loro ascesa sociale in paese a partire dalla fine del Seicento e si erano progressivamente affermate nel campo delle professioni liberali nel corso del Settecento, ricoprendo incarichi pubblici alla fine del secolo. Tra queste in modo particolare si segnala la famiglia Stentalis. Diversi giovani di questa famiglia nel Seicento avevano studiato a Salerno, presso il celebre Studium della Scuola Medica.   Nutrita di idee progressiste e costituzionali, fin dai primi anni dell’Ottocento, negli anni di Murat, la famiglia Stentalis prese parte attiva alle iniziative culturali, economiche, riformiste proprie di quel periodo. Nel 1810, create le Accademie Agrarie Provinciali, poi trasformate in Reale Società Economica con sede in ogni capoluogo di Provincia, i primi corrispondenti dal distretto di Sant’Angelo de’ Lombardi furono i liberali Francesco Antonio Stentalis di Carbonara e Lorenzo Zampagliene di Calitri (Poi entrarono a farne parte D. Rocco De Gregorio di Lacedonia, D. Giuseppe Miele e D. Leonardo Manzi di Andretta e D. Salvatore Vitale di Bisaccia). 
Nel 1820 gli Stentalis parteciparono attivamente alla rivoluzione. Al momento della designazione dei delegati all’elezione dei deputati del Parlamento napoletano, in ciascun paese si elessero, sulla base di liste formate dal parroco, dal sindaco e dal giudice del paese, 11 elettori ogni 200 votanti (capifamiglia possidenti di almeno 21 anni). Costoro elessero un “elettore parrocchiale”. Gli elettori parrocchiali, riuniti nel capoluogo del distretto, nominarono gli “elettore distrettuale” i quali, riunitisi a loro volta nel capoluogo della provincia, elessero i deputati irpini al Parlamento Napoletano (in proporzione di un deputato ogni settantamila abitanti; l’Irpinia elesse, così, 5 deputati).  Don Ferdinando Stentalis, figlio di don Isidoro, fu tra i 21 elettori distrettuali nominati il 27 agosto 1820 i quali, il 3 settembre successivo, elessero ad Avellino i 5 deputati irpini al Parlamento e la rovina della famiglia Stentalis.

Il Parlamento napoletano, com’è noto, ebbe vita grama. Inaugurato il 1° ottobre del 1820, si riunì il 19 marzo del 1821 riunì con solo 26 Deputati (tra cui Giuseppe Poerio che scrisse la nota “protesta” contro il tradimento del re) ed il 24 marzo (con 22 deputati). Nel breve periodo di vita del nuovo regime costituzionale, il carbonarese Ferdinando Stentalis fu nominato sottointendente del distretto di Sant’Angelo dei Lombardi. L'arrivo delle armi austriache segnò la fine della rivoluzione e del Parlamento.
Istituite le “Giunte di Stato” per l’accertamento delle responsabilità e la repressione dei “settari”  , nell’agosto del 1821 l’Intendente di Principato Ultra, Giuseppe Spinelli  coinvolse anche i Vescovi nell’indagine sui sospetti di settarietà tra gli amministratori dei comuni della provincia. Ferdinando Stentalis fu destituito dalla carica di sottointendente e subito dopo perdette l’impiego di Ricevitore del Registro e Bollo di Carbonara, un ufficio pubblico istituito nel 1809.  L’intendente del distretto di Sant’Angelo, Taviani, lo classificò come “individuo di pessima condotta, settario, antico cospiratore, capo rivoluzionario, prepotente, pericolosissimo, fatto Sottintendente per motivi rivoluzionari”.  La famiglia Stentalis fu particolarmente colpita: oltre al già citato Ferdindando Stentalis, persero i loro impieghi anche don Gabriele Stentalis (cancelliere comunale) e don Francesco Stentalis (che era stato in precedenza anch’egli cancelliere comunale), insieme al altri cittadini accusate di aver preso parte attiva ai moti. Negli anni tra il 1820 ed il 1826 furono destituiti dai loro impieghi anche don Giacomo Lotrecchiano (sacerdote ed impiegato comunale, indicato come responsabile della lettura al popolo della Costituzione e del Proclama per la convocazione dei comizi elettorali), don Pasquale Di Benedetto (usciere giudiziario), don Vito Vitale (sindaco), don Michele Cappa (I eletto), don Gaetano de Feo e don Donato Solimene (possidenti). Furono annullate tutte le lauree in Medicina e Giurisprudenza conseguite nel periodo dal 7 luglio 1820 al 23 marzo 1821.

Il fallimento del moto rivoluzionario e la conseguente epurazione colpì in maniera pesante la famiglia Stentalis, che tuttavia rimase sempre legata all’ideologia liberale e progressista. Si formarono inoltre proprio in questi anni nel paese le prime lacerazioni tra famiglie del ceto dirigente, che si consolidarono poi nel corso dei decenni successivi, intrecciandosi con movimenti popolari delle masse contadine che periodicamente richiedevano la divisione dei demani pubblici promessa dalle leggi del decennio napoleonico.

Negli stessi anni nella vicina Monteverde furono coinvolti nell’epurazione diversi cittadini che avevano preso parte attiva ai moti del 20-21. In particolare si ricordano Pasquale Fiorilli, Cancelliere comunale e tenente dei militi. Egli, come ricorda Cannaviello  , “carbonaro prima della rivoluzione si recava spesso a Lacedoia, Melfi e a Rionero per scopi settari. Nel mattino del 3 luglio con la compagnia dei suoi militi partì per Avellino dove, nel palazzo dell’Intendente, si unì agli altri capi rivoltosi. Comprò a sue spese la bandiera tricolore e inalberatala partì con i suoi armati per Montesarchio facendo un ingresso trionfale e proclamandovi al rivolta. Con gli stessi militi stette in armi sulla strada di Benevento alla difesa dalle truppe che il governo spediva contro i ribelli e fu tra coloro che arrestarono il corriere di gabinetto di SM il re che recava a Foggia, Bari e Lecce plichi diretti agli Intendenti. Più tardi fu esonerato dal posto di Cancelliere e detenuto nelle prigioni di Avellino dopo che fu respinto dallo Stato Pontificio. Lo liberò la sentenza della Gran Corte Criminale di Principato Ultra. Il 16 marzo 1825 fu liberato. Denunziato nel marzo 1827 pertinace nei sentimenti liberali perché facente parte dell’associazione liberale “I decisi per l’Indipendenza” e fu nuovamente arrestato. Non si raccolsero prove sufficienti ma fu sottoposto a stretta vigilanza”.
Furono inoltre destituiti anche i monteverdesi Michelangelo Freda (sindaco), Gaetano Mastrilli (decurione), Francesco Vella (cancelliere comunale) perché “settari”.


2. La ripresa del 1848

A Carbonara nei decenni seguenti ripresero i moti politici intrecciandosi a motivi di carattere sociale. Le consorterie dei possidenti, legati tra loro da alleanze matrimoniali ben salde, occupavano la scena politica locale inclinando in maniera piuttosto netta per l’ideologia liberale.
Nel 1848 l’avvocato Ruccia si schierò attivamente in paese per favorire l’elezione alla prima Camera di Mancini ed Imbriani, protagonisti di primo piano della vita provinciale. Nel 1850 verrà segnalato dall’Intendente come un settario pericoloso. Nella sua azione di propaganda egli utilizzò propagandisticamente anche il tema della divisione dei demani tra i contadini, promessa al tempo di Murat e mai eseguita. Ruccia aveva promesso che con l’avvento di un nuovo regime politico le terre sarebbero state finalmente divise tra i contadini. Il popolo si mosse in tal senso con una manifestazione di piazza che si svolse il 14 maggio del 1848 e che fu dispersa dall’intervento della forza pubblica, sollecitata dall’Intendente della provincia che si trovava all’epoca nel circondario.
Anche tra il clero si annovera qualche figura particolarmente significativa come l’arciprete don Pietro Giurazza che nello stesso anno 1848, promulgò a Carbonara lo Statuto costituzio-nale, dandone lettura e spiegandolo al popolo nella chiesa matrice. Secondo quanto si legge in una relazione del Ministro della Polizia del tempo, l’arciprete Giurazza avrebbe anche sostenuto l’abolizione delle decime sacramentali per spingere il popolo ad appoggiare il nuovo regime costituzionale. Le masse si mossero in corteo per le vie del paese gridando “Viva la Costituzione”. 
I rapporti, ancorché episodici, tra famiglie di Carbonara ed illustri esponenti del liberalismo napoletano sono documentate anche da lettere e documenti privati. Presso il Museo etnografico “Tartaglia” di Aquilonia è oggi custodito un biglietto autografo di Francesco de Sanctis, con cui il grande critico e politico irpino, saluta e ringrazia la famiglia Giurazza che aveva chiesto all’illustre personaggio di farsi padrino di battesimo del proprio figlio. De Sanctis ringraziando Giurazza afferma di non poter intervenire personalmente per impegni, ma accetta di assumere il ruolo di padrino mediante una sorta di procura per interposta persona. Al neonato, infatti, sarà imposto il nome di Francesco, in omaggio alla figura del grande liberale. Questo episodio, pure minore e relativo a rapporti di vita privata, prova come i Giurazza, in questi anni, abbiano espresso una stretta adesione alla corrente politica liberale e abbiano mantenuto rapporti di familiarità con esponenti liberali di primo piano del Risorgimento nazionale.


3. L’unità italiana: il 1860

Il terzo tempo del processo risorgimentale fu tragicamente segnato ad Aquilonia, com’è noto, dai sanguinosi fatti del fatidico anno 1860. Il moto popolare di rivolta antiunitaria del 21 ottobre sfociato nell’uccisione di nove persone e nel sacco delle loro abitazioni è stato oggetto di numerosi studi, riflessioni, analisi. Dalle indagini condotte dai magistrati nell’immediatezza della strage fino alle più recenti e documentate ricostruzioni storiche dell’episodio, diverse chiavi di lettura hanno inquadrato sul piano interpretativo la rivolta di Carbonara del 1860. Episodio tipico di jacquerie popolare, sterile vendetta di contadini vessati da decenni da usura e prepotenza dei avidi possidenti, oppure ribellione animata da un vivo sentimento politico antiliberale ed antiunitario ad un regime che si instaurava dall’alto patrocinato da un ristretto gruppo di galantuomini anticlericali, oppure moto sociale che trovava le sue ragioni più profonde nella rivendicazione contadina dell’accesso alla proprietà terriera, promesso da antiche leggi murattiane e mai effettivamente realizzato a Carbonara.  Certo diversi fattori concorsero  in diversa misura al maturare e all’esplodere violento, ma non del tutto improvviso, della rivolta, favorita certamente dall’incertezza e dal vuoto politico-istituzionale del passaggio dalla monarchia borbonica al nuovo regime sabaudo. 

Una volta ristabilito l’ordine a Carbonara, consegnati alla giustizia decine di contadini accusati in vario modo di essere responsabili dell’eccidio Carbonara divenne Aquilonia. Il nome della setta degli antichi liberali del 1820 che affermano adesso il definitivo successo di un’idea politica maturata attraverso contrasti, lotte, divisioni. Col cambio di denominazione al paese  Aquilonia era adesso veramente “risorta” nel nuovo corso storico che la univa alla più vasta vita nazionale. Tuttavia la famiglia Stentalis, che più di ogni altra aveva pagato in cinquant’anni di vita pubblica a Carbonara il suo tributo di sofferenza e di sangue, mantenendosi sempre ferma nella sua coerenza ideologica e politica, abbandonò definitivamente il paese a cui successivamente non fece più ritorno. 

Certo il popolo che nulla sapeva di “aquilonie risorte”, di Sanniti in guerra per la libertà, di liberali in lotta per la costituzione, continuò per decenni fino a tempi recentissimi a chiamare nell’uso comune del linguaggio il proprio paese con il nome storico di “Karunàr”. Certamente non la luce della poesia risorgimentale, non la retorica celebrativa dei protagonisti “martiri” buoni ed aureolati del Risorgimento, non eco di canti patriottici, potevano essere offerti alla coscienza storica degli abitanti di Monteverde e Carbonara alla conclusione del complesso e sanguinoso processo storico sperimentato per oltre cinquanat’anni, come invece la cultura oleografica del secondo Ottocento aveva elaborato per la storiografia “ufficiale”.

Il Risorgimento studiato sui libri di scuola, con i suoi quadretti un po’ oleografici dei numi tutelari della Patria, esaltava il contributo, centro innegabile, dei liberali al progresso della vita politica nazionale, ma nulla diceva delle lotte, delle resistenze, della violenza e del sangue, delle speranze e dei disinganni, di lacerazioni e dolorose tragedie, che pure hanno profondamente segnato, a Carbonara, a Monteverde e altrove in Irpinia e nel Sud Italia, la storia locale del Risorgimento italiano.