Foreste e boschi in Alta Irpinia Un patrimonio scomparso nei secoli

22.09.2012 17:30

Il territorio ofantino nel Medioevo aveva caratteristiche molto diverse da quelle attuali.

Chi oggi, compiendo magari per la prima volta un viaggio in Alta Irpinia, attraversa l'altopiano del Formicoso, salendo dall'autostrada, o chi sale dalla valle dell'Ofanto, dagli scali ferroviari di Calitri o di Aquilonia, verso la cima del pianoro, ne riceve una sensazione piuttosto singolare: abituato com'è alla densità oppressiva delle metropoli ammira talvolta con un sottile senso di smarrimento la solitudine dei campi, verdi in primavera, neri in autunno e in inverno. Molti amici mi hanno raccontato di questo singolare sgomento di un paesaggio vuoto; la mancanza di cose sembra disorientare, almeno nei primi momenti, chi per la prima volta passa per Aquilonia, Calitri, Bisaccia. "Qui non c'è niente", è il primo commento, la prima cosa da dire, così subito, a prima vista. Se proponiamo ad amici una gita in campagna, essi si aspettano di trovare alberi, verde, sentieri da esplorare, ombra, ruscelli, querce a sconto della sofferta calura cittadina. E invece niente. Solo campi deserti, di germogli, di messi, di stoppie o coperti di debbio a seconda della stagione.

Non si è più abituati al vuoto, intendo proprio "il vuoto fisico" del mondo che ci circonda. Circondati nelle nostre case e nelle nostre vie di una miriade di oggetti, di cose perlopiù vili ed inutili, ci sembra stonato trovare una terra in cui "non c'è niente".
Nemmeno un albero. Niente c'è in quest'angolo di Irpinia, e niente ci fu mai in passato. Gli alberi però, quelli c'erano, molti e rigogliosi, intere foreste che incupivano di verde le cime dei colli che oggi appaiono, come apparvero a Dante Troisi, "nudi mammelloni" punteggiati di rare case coloniche. Questa parte dell'Appennino come le altre del centro-sud fu invece nell'antichità un'unica grandiosa foresta, una profonda foresta di querce, lecci, roverelle, noci ben più consistente dei macchioni di pini voluti dai piani di rimboschimento del Corpo Forestale in tempi piuttosto recenti.

Le testimonianze della foresta irpina distrutta non mancano. Già al tempo dei Longobardi cominciò l'erosione del manto forestale in tutto il Mezzogiorno d'Italia, e quindi anche in Irpinia. Sono del tempo di Federico II di Svevia, che nella vicina Melfi aveva una delle sue tante corti in Italia, i primi provvedimenti emanati per regolare il corretto sfruttamento delle risorse boschive. Certamente al sovrano e ai nobili i boschi interessavano principalmente per la caccia, ed è ben noto quanto esperto cacciatore fosse egli stesso. Si dice che l'imperatore passasse più d'una volta sotto Bisaccia, per l'altopiano fitto di alberi del Formicoso, e oggi deserto e battuto dal vento, coi suoi famosi falconi, a caccia di uccelli pregiati. "Formicoso" forse ha un legame con formosus, bello, della bellezza misteriosa dei boschi profondi. E immersi nel folto di boschi erano i molti casali ofantini oggi scomparsi, di cui appena si conserva il nome nella locale toponomastica rurale: Castiglione presso Calitri, Pietrapalomba e Sassano presso Aquilonia, l'antica Carbonara, Pescodirago tra Aquilonia e Calitri. Di qui si scendeva all'Ofanto per passare in Basilicata tra le forre di querce che si univano ai boschi altrettanto fitti del Vulture.

Ma la caccia di Federico e degli altri signori del Medioevo e dell'era moderna era certo qualcosa di più di un passatempo sportivo di gente ricca e potente; si questa attività si incardinava in modo più profondo e articolato nel nella gestione delle risorse del territorio, contribuendo a definire equilibri economici e sociali assai diversi da quelli fondati sulla coltivazione estensiva della terra. Un bel libro di Gennaro Incarnato (La maledizione della terra), docente di Storia Moderna all'Università di Salerno, offre più di uno spunto per l'approfondimento di questo problema, con particolare riferimento all'età moderna.

Al tempo dei sovrani svevi dunque molti provvedimenti furono varati, da Federico stesso, dai suoi figli, dai suoi comites: i boschi del Principato furono posti "in difesa", sottratti alle devastazioni e all'uso indiscriminato che già da qualche secolo se ne faceva. Gli Angioini fissarono norme ancora più restrittive: divieto di dimorare nei boschi senza licenza regale, di tagliare o far tagliare legname, di immettere al pascolo animali in modo indiscriminato, di cacciare capriolos, cervallos et daynellos anche extra defensas et forestas in certi periodi dell'anno; avviarono un preciso censimento delle foreste e delle "difese" boschive presenti in tutti i luoghi del Giustizierato di Principato Ultra, come si denominava allora l'Irpinia.

Era già avviata così anche anche qui la lunga contesa tra "la foresta" e "il campo", lo scontro tra due diversi modelli economici e sociale. Da una parte il potere centrale a difendere nei vari secoli i boschi con leggi, decreti, provvedimenti, dall'altra gli abitanti delle diverse terre d'Irpinia sempre più spinti a tagliare, a disboscare e a guadagnare terreni alla semina. La lotta si protrasse fino a tempi recentissimi, fino alla storia delle quotizzazioni dell'Ottocento e del Novecento. Il terreno si è impoverito. La franosità è aumentata. La storia recente del dissesto idrogeologico dell'Irpinia è storia a tutti nota. Probabilmente anche un'indagine scientifica sulle variazioni del microclima conseguente alla drastica diminuzione della superfice arborata potrebbe portare un contributo in ordine al alcuni problemi relativi alla storia dello sviluppo, o del regresso, economico di tutta l'area.

La foresta è scomparsa. Della bellezza del Formicoso non resta, per dirla con Umberto Eco, che il nome. La lotta per la terra a scapito della foresta si è ormai conclusa. Si apre una nuova fase per la storia di questo territorio. Da più parti si comincia a parlare di un possibile sviluppo del cosiddetto "turismo alternativo", del turismo rurale, legate al verde e all'ambiente, alla valorizzazione delle risorse boschive. Comincia un nuovo ciclo. il futuro è ancora oscuro ed incerto. Si comincia però a guardare con nuova attenzione alle foreste, a quello che di esse rimane, come a beni necessari, da salvaguardare, utili allo sviluppo e alla vita.

Si tornerà un giorno forse, chissà, a percorrere la strada tra Aquilonia e Bisaccia all'ombra di grandi querce.