Discorso per i 50 anni del Liceo De Sanctis

08.09.2013 13:38

Raccontare, sia pur brevemente la storia del nostro liceo, è cosa che può essere fatta sotto diversi aspetti. Si può sviluppare un racconto che si muove sul piano emozionale. Rinverdire la memoria, richiamare alla mente i ricordi che sollecitano la mozione degli affetti, affetti legati agli anni passati, alle tante figure di docenti, di amici, ai momenti che hanno segnato la vita, la mia vita come la vita di ciascuno di noi; fatti, volti, avvenimenti che hanno lasciato un’orma nella nostra anima. Perché, come ha scritto Elias Canetti in un suo famoso romanzo, la nostra sostanza intellettuale dipende in definitiva da quelle poche persone che abbiamo incontrato e con cui siamo stati in contatto in gioventù. L’evocazione della memoria rischia di essere un fatto troppo personale e forse troppo sentimentale, con il rischio di inevitabili divagazioni.

In alternativa si potrebbe raccontare la storia di questa scuola da un punto di vista, diciamo, strettamente scolastico. Raccontare cioè il percorso di studi, le materie, i metodi, il valore della formazione classica che qui si impartisce. Ma sarebbe cosa troppo tecnica, troppo angusta, e si scivolerebbe inevitabilmente in un confronto dei tempi, l’ieri e l’oggi, l’eterna questione degli antichi e dei moderni, il confronto sterile tra “il buon tempo andato” ed “il sole dell’avvenire” posti a confronto….

Vorrei percorrere una strada diversa, né emozionale né tecnica, nel presentare la storia di questi cinquant’anni del liceo De Sanctis, cercando soltanto di tendere un filo capace di dar conto del rapporto che questa scuola ha stabilito negli anni con il suo spazio, la città di Salerno, e con il suo tempo – gli ultimi cinquant’anni della nostra storia, cercare l’elemento unificante, la cifra caratteristica, se esiste, il comune denominatore della del nostro lavoro.

Ho cercato una parola chiave che sia un po’ il “logo”, pur nei limiti di una sintesi semantica che non potrà mai essere univoca, il segno unificante ed il senso stesso del nostro “essere” e del nostro “fare”…

E giacché siamo al liceo classico credo che possiamo servirci di un antico termine greco: μεταβολή, il cambiamento, la mutazione….

A ben vedere, infatti, il liceo “De Sanctis” è stato in tutti questi decenni una risposta culturale e sociale alle grandi mutazioni, alle grandi μεταβολαί che hanno segnato la nostra storia.

La stessa nascita di questo istituto, nel 1962, è la risposta alle esigenze di imposta dalla grande mutazione sociale ed economica del nostro Paese.

Sono gli anni tumultuosi del boom economico, della trasformazione sempre più accelerata dell’Italia da paese agricolo a potenza industriale, della tumultuosa urbanizzazione che ha trasformato il volto di città che per secoli erano rimaste sostanzialmente immutate e che portato alla nascita di nuovi insediamenti urbani in aree prima sostanzialmente deserte.

Il nostro liceo è sorto per rispondere alle necessità della nuova Salerno, di una città meridionale che vi avviava ad essere altro da quello che era stata fino ad allora, così ben narrata nella sua mutazione da Alfonso Gatto nei suoi scritti (Salerno nella polvere del mutamento).

In quegli anni bisognava dare occasione di istruzione e formazione qualificata agli immigrati, a noi figli di immigrati della grande migrazione  interna che vedeva spopolarsi i borghi dell’Appennino Meridionale, ai figli di artigiani, di contadini, di operai, di impiegati venuti dai più lontani borghi di Irpinia, da Aquilonia, da Calitri, da Andretta, o dalle cittadine del Vallo di Diano, da Sala Consilina, da Teggiano, o dal Cilento, da Laurino, da Gioi o, ancora più lontano, dalle valli della Basilicata fino a Senise, Sarconi, Sant’Arcangelo…

A questa gente, semplice e bella, umile ed operosa, che cercava migliori condizioni di vita e soprattutto la via del progresso sociale per i propri figli, la città offriva un secondo liceo classico, la scuola dell’alta formazione che apriva le porte a quel miglior futuro che ciascuno di cui ciascuno nutriva, allora, la fiduciosa sperava; quella stessa speranza che oggi, purtroppo con non uguale fiducia, ogni padre alimenta per il destino dei figli.

Lo storico liceo Tasso aveva in quegli anni superato i milleottocento iscritti, distribuiti in varie sedi succursali, comunque piccole e malagevoli, dislocate in varie parti del centro cittadino.

Il Consiglio comunale agli inizi del 1962 chiede con voto unanime al Ministero della Pubblica Istruzione l’istituzione di un nuovo liceo classico per la città di Salerno.[1]  Nell’estate dello stesso anno la richiesta fu accolta e fu istituito il “secondo liceo-ginnasio” cittadino. 

Il De Sanctis, la scuola di noi immigrati, era “al di là dell’Irno”, al centro dei nuovi popolosi quartieri sorti in pochi anni sulle sponde del fiume, una volta periferia urbana: il rione Calcedonia, il rione Petrosino, le lunghe strade dell’Irno, la via Luigi Guercio, il quartiere di Fratte...

Al centro della via Alfredo Capone, in un palazzo per uso civile, e non in un edificio scolastico vero e proprio, ebbe la sua sede il secondo liceo classico della città.

Il 1 ottobre del 1962 suonò la prima campanella. Il primo anno scolastico, il 1962/63, vide iscritti al liceo, ancora senza nome, circa seicento alunni, in massima parte provenienti dal liceo “Tasso”. Nella stessa via Capone, in analoghi anonimi palazzi, si trovavano le scuole medie e l’allora istituto tecnico femminile “Santa Caterina”, poco discosti dalla scuola elementare.  Potremmo definirla questa via Capone di allora una sorta di Schulestrasse, affollata alle otto e all’una del mattino da centinaia di ragazzi e ragazze, da decine di professori, di bidelli e di personale amministrativo. Non c’erano strutture, non c’erano palestre, non c’erano aule attrezzate...

Eppure vedere quella folla vociante di ragazzi più o meno imberbi - a pensarci adesso - dava l’istintiva, forse inconsapevole, percezione di un’energia vitale che aveva invaso la città, faceva percepire – nella considerazione del solo numero – la forza di una società in moto, la tensione di una comunità in crescita, la proiezione di speranze e cammini comuni che si manifestavano nell’allegra baraonda di via Capone al suono dell’ultima campanella della giornata.

Ma, per non scivolare sul piano della memoria affettiva, come mi sono riproposto all’inizio, bisogna ritornare sul sentiero principale del mio discorso sulla mutazione.

Nel 1963-64 si provvide anche a dare un nome al “secondo liceo classico della città”.  Si dice che le opposte ideologie del tempo, la componente cattolica e quella comunista, riuscirono a trovare motivo di contrasto anche sul tema dell’intitolazione della scuola. I primi insistevano per dedicare l’istituto ad un vescovo della Salerno medievale, il grande Alfano; i secondi invece si opponevano proponendo il nome – “laico” - dello scrittore Masuccio Salernitano. Fu necessaria una “grande coalizione” e venne proposto, ed accettato da tutti, il nome di Francesco De Sanctis, il grande critico letterario, patriota e ministro della Pubblica Istruzione nella nuova Italia uscita dal processo risorgimentale di unificazione nazionale.

Nei primi anni Settanta un altro cambiamento. Un’altra μεταβολή, una nuova mutazione. Era chiaro che il palazzo di via Capone non avrebbe potuto essere una sede dignitosa e funzionale per le esigenze della comunità scolastica. Si cominciò a costruire rapidamente un nuovo edificio in quello che era uno degli ultimi aranceti della antica zona agricola salernitana, adagiata sugli ultimi pendi delle colline di Giovi, ed il 1° ottobre del 1973 la campanella risuonò negli ampi corridoi del nuovo edificio in cui oggi ha sede il nostro liceo. Si racconta anche che questa struttura dové essere, in un certo senso, “conquista con la forza” perché era ambita anche da una delle nuove facoltà universitarie, la Facoltà di Giurisprudenza, che si era appena istituita nell’Ateneo salernitano e che cercava edifici e strutture valide - e possibilmente strutturalmente degne - come propria sede. L’allora preside Franzese, per evitare per così dire “un colpo di mano”, “occupò” questo nostro edificio fin dai giorni dell’estate del 1972, a lavori non ancora completamente ultimati, ed impose che si svolgessero nella nuova sede gli esami di riparazione dell’anno scolastico appena concluso.

Cominciò la nuova vita della comunità scolastica nella nuova struttura, questa in cui oggi ci troviamo, funzionale, luminosa, architettonicamente gradevole.

La lontananza dal centro cittadino, ancora più accentuata in quegli anni da fatto che, tutta la zona di Torrione Alto, alle spalle della caserma militare, non era molto urbanizzata, dava alla scuola una vaga aria di separatezza.

Per arrivare a scuola dal centro bisognava fiancheggiare giardini di aranci, la bretella di via Luigi Guercio era uno sterrato fangoso e tutta l’area intorno alla scuola era libera, un campetto di terra battuta, cespugli, qualche ciuffo d’erba, alberi d’arancio che ancora, in numero minore, sopravvivono lungo i bordi dei parcheggi della scuola e presso la palestra. Il liceo viveva così una sua dimensione particolare di lontananza, una sorta di hortus conclusus, se vogliamo anche suggestivo, almeno per qualche docente di latino, per il suo tratto bucolico.

Questa sua separatezza dal centro ha anche dato però una certa forza all’idea di comunità desanctisiana. Non facilmente arrivavano al mattino, ad esempio, notizie di agitazioni e scioperi studenteschi che partivano dalle piazze più centrali della città. Oppure, quando arrivavano, la maggior parte degli studenti era ormai già in classe… 

Quando io sono arrivato al “De Sanctis”, nel 1979, le aule erano ancora linde e fresche di pittura, il bianco dei corridoi contrastava con l’azzurro delle ringhiere e delle porte che dava un’aria vagamente marinara all’edificio. Fuori, tutt’intorno, lo sterrato polveroso, uno spiazzo asfaltato utilizzato con reti più o meno precarie per giocare a pallavolo nell’ora di educazione fisica, quando non pioveva.

Incontrai professori che avevano, quasi tutti, la fama di essere uomini e donne che credevano in quello che facevano, credevano nella loro professione. Il che, poi, significa che credevano in noi, nella nostra formazione.  Non è possibile ricordare qui tutti i molti valorosi insegnanti che in quegli anni hanno offerto a tutti con le loro lezioni quotidiane cultura, apertura e fiducia verso la vita.  Consentitemi però di citare almeno la nobile figura del Preside Giuseppe Lazzaro, che è stato mio insegnante di latino e greco al liceo, poi vice-preside della scuola, punto di riferimento autorevole per tutti i membri della comunità scolastica.

Al di là delle materie, del maggiore e minore studio, al di là dei voti, delle promozioni e delle bocciature, in quegli anni, un messaggio ci è giunto dai banchi di questa scuola, con la passione per l’umanesimo che ciascun docente declinava in quegli anni, ciascuno secondo la propria competenza disciplinare, secondo la propria cultura, secondo il proprio stile didattico. Solo più tardi, da adulti, abbiamo potuto capirlo con maggiore chiarezza e scoprirlo come parte integrante del nostro essere.  Il senso ultimo del messaggio è che in questa scuola ognuno di noi, al di là di ogni pedanteria delle materie e dei voti, era invitato a conoscere e a vivere le grandi componenti fondamentali dell’umanesimo di ogni epoca e di ogni luogo: disciplina mentale, sforzo di interiorizzazione, impegno per il bene comune e responsabilità civica.

Su questi grandi temi si è giocata la nostra formazione in quegli anni. Il calore della passione di tanti insegnanti, mostrato ogni giorno nelle aule scolastiche, è stato per tutti noi allora la garanzia dell’autenticità del loro lavoro.

Poi l’istituto è cresciuto. Tra la fine degli anni ’80 e negli anni ’90, l’azione intelligente ed aperta di dirigenti, docenti, la disponibilità delle pubbliche istituzioni, la Provincia in modo particolare, l’impegno quotidiano di tutti, segretari, personale e collaboratori, hanno consentito di far crescere e sviluppare questa nostra scuola, propagandarne il buon nome, creare quelle strutture che, già previste dal progetto iniziale, non si erano potute ancora realizzare.

Negli anni dal 1989 al 1992 si costruiscono i nuovi corpi di fabbrica: prima la palestra, poi l’atrio, la palazzina degli uffici e, cosa rarissima nell’edilizia scolastica meridionale, una splendida biblioteca per alunni e docenti, oggi intitolata al prof. Sena, docente di questo istituto, e per volontà del Consiglio d’Istituto, resa biblioteca pubblica ed iscritta all’anagrafe nazionale delle biblioteche italiane.

Infine gli anni della grande rivoluzione europea. Nel 1993 entra in vigore il trattato di Maastricht.  Le nuove tecnologie e il ricorso sempre più diffuso a Internet trasformano l'economia, e pongono nuovi cambiamenti e nuove sfide a livello sociale, culturale. Nel marzo 2000 l'Unione europea adotta la ‘strategia di Lisbona’. L'obiettivo è quello di modernizzare l'economia europea.

Ancora una profonda metabolé che ci riguarda tutti. La scuola non può restare fuori. Neanche un liceo classico, vestale di una tradizione plurisecolare. Neppure il nostro liceo resta fuori dalle grandi trasformazioni.

Sono gli anni della trasformazioni delle strutture e delle attività.

Il 1994, un anno dopo Maastricht, prendono avvio i Piani Operativi Nazionali, meglio conosciuti come PON. I Piani sono una preziosa occasione di rinnovamento, di dinamismo, di creatività. Tre cicli di programmazione (1994-1999; 2000-2006 e 2007-2013) hanno consentito investimenti nelle strutture con i fondi FESR e nel cosiddetto “capitale umano”, nella formazione cioè dei docenti, degli alunni, del personale amministrativo della scuola.

La nostra scuola non è rimasta a guardare. Anno per anno ha saputo progettare decine di interventi, investendo centinaia di migliaia di euro in progetti che sono risultati tutti altamente apprezzati e che hanno cambiato (ancora una volta) il volto della nostra scuola. Certamente ha funzionato molto bene “lo spirito di gruppo”, il gioco di squadra, l’apertura decisa dei dirigenti scolastici, dell’attuale Dirigente preside Angela Elia, ma anche del suo predecessore preside Federico Cassese come dei presidi incaricati che hanno avuto in precedenza la provvisoria reggenza della scuola.

Ma mi sia consentito qui riconoscere anche che nessuna μεταβολή avrebbe potuto aver luogo, e quasi nulla avrebbe potuto realizzarsi senza l’incontenibile energia e la straordinaria efficienza di quel motore inarrestabile della complessa macchina burocratica che è il Direttore amministrativo del liceo, la dott.ssa Ivana Serra.

L’entità stessa delle cifre messe in campo, una rapida scorsa dei principali interventi realizzati, può dare la misura ed il senso delle trasformazioni realizzate dalla scuola

  • Biblioteca pubblica “Sena”
  • Laboratori di scienze e di fisica
  • Officina linguarum
  • Officina linguarum altera
  • Planetario
  • De Sanctis WebRadio
  • Officina professorum
  • Lavagne multimediali interattive
  • Test Center per le certificazioni digitali
  • Tendostruttura
  • Nostos. Archivio delle scrittura memoriale e diaristica.
  • Stage di lingua straniera all’estero
  • Stage di giornalismo
  • Stage di radiofonia

Decine di corsi e di attività formative (teatro, educazione musicale e pratica corale, giornalismo, informatica, storia locale, cinema, filosofia, educazione scientifica e tecnologia, preparazione all’accesso alle facoltà universitarie), che non è possibile elencare qui, hanno realizzato cambiamenti a volte anche profondi nella prassi didattica, come nei rapporti interni tra docenti ed alunni, hanno dato un forte impulso a nuove e più profonde forme di socializzazione tra gli studenti, aprendo le classi della scuola, aprendo la scuola a scambi internazionali, creando dinamismo ed alimentando creatività.

Si è trasformata al contempo la macchina amministrativa, la gestione delle procedure e dei servizi. Internet ha impresso una svolta a tutto il settore. In pochi anni si è passata alla gestione telematica di tutti i servizi di base amministrativi di base, dalla gestione dei conti bancari alla pagella on line, dalla richiesta telematica di un certificato alle comunicazione via web e via sms alle famiglie, ai docenti, agli alunni.

Gestire tutte queste cambiamenti non è stato facile. Tutta questa rivoluzione ha richiesto fatica, sacrificio, impegno, tensione. Nessuno di noi si è negato. Nessuno si è mai tirato indietro. I risultati sono il frutto di uno sforzo comune. Dirigenti, docenti, personale amministrativo ed assistenti scolastici, nel tempo, hanno percorso una strada condivisa, pur tra le inevitabili tensioni, le immancabili difficoltà, le prevedibili incertezze…

Mi sia consentito, in conclusione, fare un’ultima riflessione personale, di tipo politica.

Per tutti questi anni di crisi, con drammatici sbandamenti di tutti i settori della nostra Italia, dell’economia, della politica, delle istituzioni, anni in cui l’incertezza spesso si è mutata in desolazione e sconforto, forse la storia dovrà un giorno riconoscere – è un mia personale convinzione – che due istituzioni in modo particolare “hanno retto” alla sfida di questi tempi ed hanno garantito a tutti noi la “tenuta” per così dire delle basi stesse della nostra civiltà democratica: la Giustizia, che ha difeso con forza e ha garantito, nonostante i limiti e problemi, il principio democratico di uguaglianza di tutti di fronte alla legge, e la Scuola che ha assicurato ogni giorno, a tutti, socialità, solidarietà e partecipazione.

Sotto questo aspetto anche il nostro liceo, e noi tutti, in questi anni, abbiamo fatto la nostra parte. E ci sia consentito dirlo con un po’ di non ingiustificato orgoglio: l’abbiamo fatta bene!

Grazie a tutti e buona serata.



[1] D. Viscido, La storia del liceo-ginnasio “F. De Sanctis” in Semeion Charitos. Scritti e memorie offerte al Liceo Classico De Sanctis nel XXXV anniversario della fondazione (a cura di E. Amato, G. Lazzaro – D. Viscido), 1998, X.

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